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Marco Ponti e Lino Guanciale: Il mio sogno americano in podcast

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di Alessia de Antoniis

C’è un pezzetto d’Italia che corre sulla voce di un podcast; sul filo di ricordi teneri, dolci, semplici; sulle ali di un sogno: quello americano di Raffaele Trequarti.

Scritto da Luca Bianchini e Marco Ponti, con la regia dello stesso Marco Ponti (che aveva già portato al cinema i romanzi di Bianchini Io che amo solo te e La cena di Natale), Il mio sogno americano — questo il titolo della storia interpretata dalle voci di Lino Guanciale nei panni di Trequarti e Luca Bianchini in quelli del narratore — sbarca in rete sulle principali piattaforme digitali d’ascolto, come Apple Podcast, Amazon Music o su Spotify, al link: https://open.spotify.com/show/1JviD7Tuux0ZVmeRpePChG.

Il mio sogno americano è la storia di Raffaele Trequarti e vengo da Avezzano, in Abruzzo. Un ragazzo abruzzese che parte per New York, viene truffato dallo zio Valentino – che diventerà famoso a Hollywood – si trasferisce a Detroit divenendo il primo e più fidato collaboratore di Henry Ford. Un uomo che decide di restituire l’America agli americani e di tornare “al paese”, dove si rende conto che il vero valore non è nel denaro o nel potere, ma nell’amore e nella rinascita della sua terra d’origine. Forse, la storia dell’uomo che aiutò a inventare McDonald’s.

Dietro alla macchina da presa…che non c’è, il regista Marco Ponti, noto per film come Santa Maradona – due Davide di Donatello – o Passione Sinistra.

Ma com’è un regista senza una macchina da presa, che racconta solo con la voce? Perché dirigere un podcast?

Se uno toglie al cinema le immagini, toglie tutto. L’idea di raccontare una storia senza le immagini è nata come una sfida: “non l’ho mai fatto, non so come si fa, proviamo”. I motivi sono vari. Il primo è che il progetto arriva da Luca Bianchini, che è come se fosse mio fratello. La seconda cosa è che la storia mi ha subito incantato: è una storia vera che parla. La terza è stata l’opportunità di lavorare con Lino Guanciale. L’idea di poter fare un pezzettino di cammino con Lino mi è sembrata fantastica.

Ma è vera anche la storia di McDonald’s?

È una domanda che ci siamo fatti. Noi ci siamo basati sui racconti che Raffaele Trequarti ha fatto tornando a casa. È ovvio che sono i racconti di uno “zio d’America”, quindi è possibile che ci sia qualcosa che lui ha ingigantito, ha colorato. Ma abbiamo deciso di raccontare questa storia così come Raffaele Trequarti ce l’avrebbe raccontata, seduto sul divano, a una certa età. Quindi, è vero che lui ha dato dei consigli a McDonald’s? Non ne abbiamo la minima idea. Ma ce l’ha raccontato e noi gli diamo fiducia.

Per un regista, un podcast o un corto sono progetti di serie B?

No, serie B assolutamente no: non l’avrei mai fatto. Però è come quando un cantante fa un singolo. Non hai il tempo, o le idee, per fare un disco completo, però quel progetto ti chiama e non puoi ignorarlo. È stata una piccola parentesi, però l’energia che ti dà un singolo, soprattutto se viene bene, è il carburante con cui puoi fare meglio il tuo progetto successivo.

Anche  fare un cortometraggio è difficile. Se oggi mi mettessi a fare un corto, forse impiegherei più tempo che a fare un lungometraggio: farei una fatica enorme a trovare la misura. Quello che facciamo non va valutato in base alla dimensione, al tempo o allo sforzo economico: è una questione di cuore.

Trequarti racconta che a Detroit c’erano locali con il cartello “Vietato ai neri e agli italiani”. Oggi per molti Italia significa Gucci, Versace, Made in Italy. Quanto l’audiovisivo ha il compito di restituirci la memoria collettiva, i racconti di famiglia, quelli che nessuno ci racconta più?

Raccontare chi siamo veramente è per me una delle ragioni principali per fare un mestiere come il mio. Se non sappiamo più chi siamo, creiamo prodotti standardizzati, che non hanno gusto. Se io faccio una storia che parla di immigrazione, non posso non percepire l’eco di quella storia nella mia contemporaneità. Non posso ignorare che gli Stati Uniti accoglievano, anche in maniera drammatica, a volte violenta, i migranti, perché sapevano che il sogno americano lo dovevano costruire i migranti. Noi oggi ci siamo dimenticati che il sogno italiano lo devono costruire anche i migranti. Pensiamo di essere autosufficienti e di non aver bisogno di quell’energia.

Non posso fare a meno di pensare alla marea di sogni, di aspirazioni, alla larghezza di visione che hanno le persone che disperatamente arrivano in Italia. Persone che spesso vengono rispedite indietro senza nessuna pietà. Facciamo loro un danno, ma lo facciamo anche all’Italia, perché la condanniamo a inaridirsi.

Nel podcast si racconta di Ellis Island, la porta per entrare negli Stati Uniti. In quel museo vengono raccontate storie potenti di europei, molti dei quali italiani, che sbarcavano inseguendo il sogno americano. Ma noi non conosciamo più quelle storie…

Sono le stesse storie che in questo momento stanno affondando nel Mediterraneo, attraversato da persone alle quali non viene tesa una mano, se non da pochi idealisti. Quindi credo che sia dovere degli artisti, come di qualunque cittadino, svegliarsi e riconoscere che la pietà umana, quella che ci aveva accolto a suo tempo, deve essere attiva adesso.

Una storia come quella di Raffaele ti fa vedere un ragazzo, che va in America senza niente, senza neanche una lingua, e che fa fortuna. Ma il cuore del racconto non è che fa fortuna. Il cuore del racconto è che lui rimane per tutta la vita ancorato ai suoi valori; che sono quelli che poi lo spingeranno a tornare. Raffaele diventa una persona migliore realizzando, in maniera pulita, il sogno americano. Questa storia parla di quello che potremmo fare oggi. Ma quanti visitano Ellis Island? Quanti vanno a vedere quello che succede adesso, chi sono i migranti, dove vanno, da cosa fuggono? Il problema è sempre: stanno arrivando a rubarci il lavoro.

Il cinema ha anche un rovescio della medaglia. Penso alla propaganda mascherata della Hollywood classica. Penso a film italiani come Vecchia Guardia di Blasetti, che elogia la marcia su Roma, o La corazzata Potëmkin di Ėjzenštejn. Il cinema, in questo momento, corre il rischio di tornare ad essere una Hollywood classica?

No, non credo, non vedo un cinema asservito all’ideologia. Semmai, ed è peggio, vedo un cinema asservito all’anestesia. Fabrizio De Andrè, nell’ultimo verso de La Domenica delle Salme, dice: il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante. Ecco, è quello che non bisogna fare. La commedia, come forma di evasione fine a se stessa, ci può stare. Ma la commedia è soprattutto un linguaggio rivoluzionario, sovversivo, anarchico.

Perché ha scelto Lino Guanciale?

Mentre lavoravamo al progetto, realizzo che c’è bisogno di un attore oltre a Luca. Tra gli attori con i quali avevo voglia di lavorare c’era Lino e scopro che anche lui è originario della provincia di Avezzano. Era un’occasione imperdibile per entrambi. L’ho appena visto a teatro ne L’uomo più crudele del mondo (di Davide Sacco con Francesco Montanari – nda) e gli ho proposto un testo dei fratelli Coen che ho tradotto per Einaudi. Vedremo…

Pensa che Il mio sogno americano possa diventare un film tv?

Ci siamo posti subito questa domanda. Credo che ne abbia le caratteristiche. Luca, Lino ed io abbiamo abitato in un pezzettino di questa storia. Credo che ascoltandola uno possa provare quelle emozioni che abbiamo avuto noi. L’amicizia, l’amore, la speranza. L’inseguire i sogni, l’ambizione. Mi sembrano tutte cose sane. È anche la storia di un uomo che torna a casa, che abbandona il sogno americano per amore.

Raffaele torna anche per il legame con la sua terra. Un tema attuale in un mondo che vorrebbe trasferire non si sa dove i palestinesi per creare una Costa Smeralda in Medio Oriente. Senza pensare che il legame con la terra è fortissimo: l’Italia è stata costruita anche con i soldi degli emigrati…

L’Italia è piena di storie incredibili. Credo che in qualunque famiglia, se guardiamo bene, c’è un Raffaele Trequarti, con più o meno fortuna, ma che ha fatto qualcosa che vale la pena raccontare. Ecco perché è importante tornare alla narrazione del territorio, di quelle storie che definiscono chi siamo. Ho abitato tanti anni negli Stati Uniti e adesso, che sono tornato a vivere in Italia, abito nel paese dove sono nato. Perché alla fine, quell’orizzonte lì, che non è il migliore del mondo, è il mio.

Prossimo obiettivo?

Dopo un progetto atipico come il podcast, mi è venuta voglia di fare un’altra cosa che non ho mai fatto: una serie tv. Sarà un noir. Per me è una sfida perché non ho mai affrontato la serialità; solo marginalmente, con la miniserie Netflix Il Principe, sul caso di Vittorio Emanuele di Savoia e l’omicidio di Cavallo, con Beatrice Borromeo. Ma stavolta mi occupo anche della scrittura.

L'articolo Marco Ponti e Lino Guanciale: Il mio sogno americano in podcast proviene da Globalist.it.




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