Separazione carriere, lo sciopero dei magistrati tocca l’80% di adesioni: assemblee piene in tutta Italia. “Con la riforma pm condizionabili”
Chi sperava in uno show minoritario, un raduno di attivisti anti-governo, è rimasto deluso: lo sciopero contro la separazione delle carriere ha unito la stragrande maggioranza di giudici e pm. La protesta lanciata dall’Associazione nazionale magistrati ha sfiorato l’80% di adesioni a livello nazionale, con punte al Nord (90% a Milano, 86% a Torino) e una partecipazione quasi totale nelle Procure: un risultato ottimo per gli organizzatori, paragonabile a quelli delle mobilitazioni ai “tempi d’oro” del berlusconismo, e comunque molto migliore del deludente 48% registrato all’ultima astensione dalle udienze, proclamata nel 2022 contro la riforma Cartabia. Quel flop – lo spauracchio della vigilia – non è stato ripetuto e la soglia psicologica del 70% di scioperanti, il minimo per poter parlare di un successo, è stata ampiamente superata. L’annuncio arriva alle 12:30 dal segretario generale dell’Anm, il pm Rocco Maruotti, che comunica il dato tra gli applausi all’affollatissima assemblea di Roma, al cinema Adriano di piazza Cavour, dove è intervenuto – tra gli altri – lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio. “Per noi non è il dato pregnante, ma ce lo chiedono e lo diamo”, si schermisce Maruotti, senza però nascondere la soddisfazione. “Il successo di questa iniziativa per noi sta nel successo di questi eventi. Oggi siamo stati forse troppo prudenti, abbiamo preso questa sala da 170 posti, ne abbiamo dovuta riempire a metà un’altra da quasi trecento. Siamo andati ben oltre il doppio delle previsioni“, rivendica. E ribadisce che con il governo “non ci sono margini di trattativa, perché l’indipendenza e l’autonomia della magistratura è materia non negoziabile”.
Insomma, quella andata in scena non è stata una mobilitazione di sole “toghe rosse”: in trenta città in tutta Italia, da Milano a Palermo, i magistrati di tutti gli orientamenti hanno riempito le assemblee e manifestato in toga e coccarda tricolore, con la Costituzione in mano, di fronte ai Palazzi di giustizia. All’evento principale, davanti alla Cassazione a Roma, c’erano sono i vertici della giunta dell’Anm: il presidente Cesare Parodi, procuratore aggiunto di Torino ed esponente del gruppo conservatore di Magistratura indipendente, passa ore a rispondere alle domande dei giornalisti: “Che il pubblico ministero possa essere condizionabile e condizionato dall’esecutivo è un rischio che in molti avvertiamo, dice a Radio 24. E al fattoquotidiano.it ribadisce: “Vogliamo far capire che protestiamo nell’interesse dei cittadini e non dei magistrati. Se la riforma passa il rischio è di avere un pm estraniato dall’obiettivo della ricerca della verità, impegnato solo a cercare la condanna e i numeri e che dimentichi il suo ruolo di garante”, dice (video). A Milano è applauditissimo l’intervento del presidente del Tribunale, il “moderato” Fabio Roia della corrente centrista di UniCost: “Ho paura quando non si rispettano le sentenze e si vogliono sentenze in base alle aspettative politiche o alla piazza. Il tema della riforma è la non accettazione delle decisioni”, dice (video), in riferimento agli attacchi subiti dai giudici che negli ultimi mesi hanno preso decisioni contestate dal governo (da ultimo la condanna a otto mesi del sottosegretario Andrea Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio).
All’assemblea di Napoli – a cui è intervenuto lo scrittore Maurizio De Giovanni – c’era anche il procuratore capo Nicola Gratteri, un altro magistrato non noto per essere di sinistra. “Non riteniamo sia proporzionato toccare la Costituzione per quattro magistrati l’anno che da pm chiedono di diventare giudici. Mi pare sia qualcosa di veramente sproporzionato e quindi per noi è normale ed è ovvio che questa riforma sottenda a qualcos’altro”, spiega. “Negli Stati, dove c’è stata la separazione delle carriere, poi poco dopo il pubblico ministero è passato sotto l’esecutivo. Di questo non si sente assolutamente l’urgenza, la necessità e il bisogno. I problemi della giustizia sono altri, le emergenze sono altre”, incalza. A Torino giudici e pm in toga hanno distribuito a passanti e automobilisti volantini con le spiegazioni dei rischi della separazione delle carriere: la riforma, ha avvertito il presidente dell’Anm locale Mario Bendoni, “preoccupa anche perché non è a se stante, ma è calata in un allarmante contesto di attacchi continui non solo contro la magistratura nel suo complesso, ma verso singoli colleghi rei, per così dire, di avere preso decisioni sgradite alla maggioranza politica di turno”. Dall’assemblea di Bologna il vicesegretario dell’Anm nazionale Stefano Celli, pm a Rimini, riassume: “La riforma toglie dei presidi di democrazia costituzionale e crea un corpo di pubblici ministeri autonomi, qualcuno li definisce dei samurai, 1.500 persone che non rispondono a nessuno, se non a se stesse. È una pazzia. Come già dicono tutti, qualcuno dovrà guidarli e non potrà che essere l’esecutivo”.
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