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Mantova, i medici di base: «Tempestati di chiamate»

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MANTOVA. «Non so il perché, anche se qualche sospetto ce l’ho, ma da qualche giorno sembra che i grandi commentatori del coronavirus abbiano individuato la categoria dei medici di medicina generale come l’anello debole del meccanismo che non riesce a frenare i contagi. Io a fare da capro espiatorio non ci sto, la realtà è ben altra». Il dottor Piero Parenti, medico di Canneto sull’Oglio e per 24 anni segretario provinciale della Federazione italiana medici di medicina generale di Mantova – ora ex, visto che dieci giorni fa ha ceduto il testimone alla collega Doriana Bertazzo di Guidizzolo con ambulatorio a Volta Mantovana – è un fiume in piena e quasi non ascolta nemmeno la prima domanda che gli rivolgiamo per capire come si muovono i medici di famiglia nella seconda ondata Covid (oggi, 12 novembre, i nuovi contagi sono stati 205).

«Poi glielo spiego – avverte quando si accorge della divagazione – il punto grave è che da giorni e da più parti, e non solo da oggi, si continua a far credere che noi medici di medicina generale lavoriamo solo tre ore al giorno. Balle, oggi in Italia ci sono 550mila pazienti assistiti a domicilio, che suddivisi per i medici di base fanno una media dieci-dodici tra pazienti Covid, sospetti o contatti di Covid. Assisterli a domicilio non è semplice e non bastano tre ore di lavoro. E sottolineo anche che in questi giorni il nostro telefono inizia a squillare alle sette del mattino e smette alle dieci di sera, sabato e domenica compresi».

Ok, dottor Parenti, dopo questo suo legittimo sfogo può dirci come state procedendo e se è cambiato qualcosa rispetto alla prima ondata dell’epidemia?

«Al momento il dato positivo è il calo della mortalità, nonostante ci troviamo di fronte a numeri alti nei contagi, ma rispetto a marzo-aprile i decessi sono meno, anche perché ora la maggior parte delle Rsa è salvaguardata e la popolazione infettata ha un’età più giovane. Il nostro lavoro non è cambiato. Io ad esempio sto seguendo una trentina di positivi e ho fatto una sola richiesta di ricovero. Le telefonate sono aumentate rispetto alla scorsa primavera, ma non hanno la stessa drammaticità. Allora la paura era di non trovare il letto in ospedale. I miei colleghi di Monza, Varese e Milano nord sono già alla disperazione, noi non abbiamo ancora raggiunto quel livello».

Può spiegare com’è la procedura? Facciamo l’esempio di un paziente che la chiama al mattino preoccupato perché teme di aver contratto il Covid. Lei che fa?

«Le situazioni possono essere diverse. Il paziente mi chiama perché ha la febbre. Se è la prima volta e non ha altri sintomi evidenti gli dico di non venire in ambulatorio e se lo ritengo mi bardo e faccio la visita a domicilio. Altrimenti gli dico di richiamarmi più tardi o lo richiamo io e facciamo il punto: febbre, saturazione, respiro. Se invece uno ha anche il fiato corto a riposo e ritengo che possa avere una polmonite da Covid chiamo il 118 che invia l’ambulanza e lo trasporta al pronto soccorso per gli accertamenti. Altro caso: se il paziente non ha evidenti sintomi clinici ma per vari motivi ritengo che possa aver contratto il virus, allora vado sul sito della Regione e richiedo il tampone. Mi arriva la convocazione e la giro a lui che di solito entro le successive 24 ore andrà a fare il tampone. Finora i miei pazienti hanno tutti fatto il tampone entro le successive 24 ore. La terza via è quella di un paziente positivo che satura, non ha altri sintomi e a quel punto lo posso curare con i farmaci che finora abbiamo a disposizione. La quarta possibilità è quella del sospetto Covid individuato dal Malattie Infettive dell’Ats nell’indagine epidemiologica dei contatti ».

L’ipotesi di fare i tamponi naso-faringei negli ambulatori dei medici di base a che punto è?

«I medici di famiglia dovevano dichiarare la disponibilità e la Fimmg, la nostra federazione che rappresenta il 63% dei medici di medicina generale, ha firmato l’accordo con il ministro Speranza. Certo a determinate condizioni e cioè che ci vengano garantiti i dispositivi di protezione individuali e che l’ambulatorio abbia le giuste caratteristiche per accogliere persone con sospetto di Covid. Noi, come federazione, nel frattempo abbiamo acquistato, per noi e per i nostri collaboratori, duemila test rapidi spendendo 14mila euro».

Quale fascia di età vi chiama di più?

«Tutte le età senza distinzione. Un attimo fa mi ha chiamato un 22enne preoccupato perché ha la febbre, sia lui che la fidanzata, e vorrebbero fare il tampone. Gli ho spiegato che la prenotazione avviene solo se oltre a un po’ di febbre ci sono anche la mancanza di gusto e olfatto, eventuali disturbi gastrointestinali, tosse, sintomi bronchitiche o dispnea. Non necessariamente tutte, ma in qualche modo una combinazione ci deve essere, altrimenti uno può farlo privatamente a pagamento rivolgendosi alle strutture che lo fanno».

I vostri ambulatori sono sempre aperti per le visite?

«Certo, ma le visite in ambulatorio si fanno su appuntamento».

C’è carenza anche nel Mantovano di vaccini antinfluenzali. Qual è la situazione?

«Ogni giorno riceviamo decine di telefonate di persone che lo stanno aspettando e alle quali è stato rinviato. A noi ne hanno dati un centinaio ciascuno ma li abbiamo già finiti. La Regione ha detto che il rifornimento arriverà il 19 novembre».

Sa quanti suoi colleghi sono stati contagiati nella seconda ondata?

«No, nella prima almeno una trentina e purtroppo ci sono stati anche un decesso e una dozzina di ricoverati».

Ne approfitti per dare un consiglio ai suoi pazienti.

«Dico solo di andare in giro il meno possibile, di rispettare il distanziamento, di indossare la mascherina, usare gel e lavarsi spesso le mani. E al momento di stare tranquilli perché se i contagiati restano per la maggior parte in queste fasce di età la situazione forse non sarà quella di marzo-aprile. Anche se probabilmente bisognerà prendere qualche altra misura. Almeno fino a quando non arriva un vaccino efficace e iniettabile in modo semplice. Noi, comunque, siamo qui. Non lavoriamo solo tre ore al giorno».




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