Le false certezze fornite dai test sierologici attuali
PADOVA. All’inizio della pandemia Covid19 si era molto discusso di un passaporto d’immunità da consegnare a chi fosse guarito dall’infezione. Si pensava di alleggerire il lockdown e permettere la ripresa di alcune attività almeno a quelle persone che avessero superato la malattia, in modo sintomatico o asintomatico. La proposta venne bloccata per diversi motivi, primo tra tutti la mancanza di certezza che aver superato l’infezione fosse una garanzia di immunità verso infezioni future.
In quel momento, si iniziavano però a sviluppare i test sierologici, destinati a identificare nel sangue gli anticorpi anti-SARS-CoV-2. Come strumento epidemiologico, questi test ci hanno aiutato a capire meglio la reale diffusione del virus nella popolazione. Tuttavia, da subito sono stati proposti anche per suggerire una protezione, seppur temporanea, da infezioni successive.
Con l’arrivo dei vaccini, il mercato dei test sierologici è enormemente cresciuto perché molte persone, misurando gli anticorpi contro la proteina Spike, hanno pensato di poter conoscere il loro stato di immunità nei confronti del virus.
Perché questo sia vero bisogna però risolvere un problema: identificare quelli che in gergo scientifico sono i correlati di protezione, cioè quei marcatori che ci permettono appunto di determinare quando una persona non si contagerà o ammalerà.
Identificare i correlati di protezione di un vaccino è importante perché ci consente di sapere se la vaccinazione è stata efficace, quanto duri l’immunità, quale vaccino sia migliore, e scegliere quindi anche le strategie di richiamo. Inoltre, se si riesce a identificare un valore soglia sopra il quale si è protetti, si può pensare di capire, anche a livello individuale, quale sia il rischio di ammalarsi. Questo è stato possibile, per esempio, nel caso delle vaccinazioni contro il tetano, la difterite, il morbillo o la rosolia.
A che punto siamo nel caso del Covid19? Alcuni ampi studi clinici recentissimi (i lavori sono ancora in revisione) mostrano che il livello di anticorpi neutralizzanti presenti in circolo correla con la protezione e cioè che l’efficacia dei vaccini è misurabile in base alla quantità di anticorpi neutralizzanti (gli anticorpi in grado di bloccare l’ingresso del virus nelle nostre cellule) indotti. Inoltre, uno studio israeliano sul contagio tra operatori sanitari vaccinati ha mostrato che le persone che si erano infettate avevano un basso titolo anticorpale.
Questi nuovi dati, insieme alle evidenze epidemiologiche degli ultimi mesi, ci dicono che la vaccinazione anti-Covid19 ci protegge bene dall’infezione se è in grado di stimolare una buona produzione di anticorpi e che col calare degli anticorpi in circolo aumenta il rischio di infettarsi e ammalarsi.
Quello che però ancora ci manca è un valore soglia che possiamo utilizzare per definire un titolo anticorpale protettivo. Anche perché, quando parliamo di protezione, dovremmo specificare se si tratta di infezione asintomatica, malattia lieve o severa.
Il test oggi è propriamente consigliato alle persone che hanno un sistema immunitario fragile o compromesso, per verificarne la risposta alla vaccinazione; ma, per il resto della popolazione, siamo ancora lontani dal poterlo utilizzare per decidere, sulla base del suo risultato, se il singolo individuo è immune o suscettibile al contagio. E, nonostante questo sarebbe un obiettivo auspicabile, è possibile che non ci arriveremo mai, vista la propensione del virus a mutare.
Se anche fossimo stati in grado di identificare un preciso valore soglia per la variante Delta, cosa potremmo dire oggi su Omicron?
Nonostante queste difficoltà e nonostante molti dei test sierologici sul mercato non siano neppure lontanamente adatti a misurare la quantità di anticorpi neutralizzanti, moltissime persone ricorrono ad essi per avere risposte che non possono avere.
Da un lato quindi è importante ricordare ai cittadini che, nel loro interesse, non ha senso effettuare un test sierologico per decidere se ricevere il richiamo o usare la mascherina; dall’altro, però, è importante che i governi prendano atto dei risultati che si vanno accumulando e che li sfruttino al meglio per gestire la pandemia nei prossimi mesi e la convivenza col virus negli anni a venire.
* direttrice scientifica dell’Istituto di Ricerca Pediatrica della Città della Speranza
