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Январь
2022

Quel trapianto di un cuore di maiale che ci inquieta

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TRIESTE Lunedì della scorsa settimana rimarrà nella storia della medicina, perché per la prima volta un uomo ha ricevuto il trapianto di un cuore di maiale. Un team del Medical Center dell’Università del Maryland a Baltimora ha prelevato un cuore normale da un maiale geneticamente modificato e l’ha impiantato nel torace di un uomo di 57 anni, David Bennet, condannato a morire di insufficienza cardiaca. Bennet continua a stare bene e il rigetto sembra essere ben controllato da un nuovo farmaco immunosoppressivo.

La notizia è stata accolta dalla comunità scientifica con sentimenti contrastanti: da un lato sta l’indiscutibile successo tecnologico, non tanto dal punto di vista chirurgico (anche se il team di Baltimora sembra abbia dovuto sudare un po’ per superare le barriere anatomiche tra i vasi sanguigni del cuore del maiale e quelli umani) ma soprattutto dal punto di visto biotecnologico, vista la barriera di specie tra uomo e maiale che sembrava insormontabile. Senza poi contare le prospettive per chi vede il trapianto come l’unico miraggio possibile: attualmente, le liste di attesa per ricevere un organo sono 20 volte più lunghe di quelle degli organi disponibili. Dall’altro lato, però, rimangono intatti i problemi etici di questo tipo di interventi e le incognite che presentano dal punto di vista della sicurezza.

Il problema degli xenotrapianti, ovvero dei trapianti tra specie diverse, è di fatto formidabile, e tutti i tentativi di trapiantare organi di animali nell’uomo sono finiti in maniera tragica. Il caso che ha scosso di più l’opinione pubblica fu nel 1984 quello di Baby Fae, una bambina nata con una malformazione cardiaca e trapiantata con il cuore di un babbuino a Loma Linda, in California.

Dopo aver tenuto l’America con il fiato sospeso, Baby Fae, morì dopo un mese a causa del rigetto. Maiale e uomo, poi, distano 80 milioni di anni di evoluzione, e le cellule di maiale esprimono una serie di proteine che vengono riconosciute come estranee dal nostro sistema immunitario. Per evitare il rigetto, ecco allora che l’industria biotecnologica ha cominciato a generale maiali geneticamente modificati e progressivamente più simili, dal punto di vista immunitario, all’uomo. In particolare, gli scienziati della Revivicor, l’azienda che ha fornito il cuore trapiantato la scorsa settimana, hanno prima modificato i maiali perché non esprimessero il galattosio sulla superficie delle cellule, visto che l’uomo produce spontaneamente anticorpi contro questo zucchero e che questi determinano in poche ore una reazione acuta di rigetto. Poi, hanno cominciato a inserire geni umani nel Dna del maiale, in modo da umanizzarne progressivamente gli organi. Il cuore trapiantato ora a Baltimora proviene da un maiale che porta non meno di 10 modifiche genetiche rispetto ai maiali naturali. Questi Ogm da trapianto hanno cominciato a generare risultati incoraggianti: già nel 2015, un cuore di questi maiali è sopravvissuto in un babbuino per 2 anni e mezzo e un rene per oltre 4 mesi, due record al tempo assoluti.

Revivicor opera in un enorme edificio tecnologico che ospita oltre 1000 maiali ogni anno, completo di sale operatorie. Sul tetto, una piattaforma da cui l’azienda conta che possano partire, a questo punto in un futuro non lontano, elicotteri diretti in vari ospedali, per trasportare organi di maiale da trapiantare. Nel 2016, l’azienda Lung Biotechnology nel Maryland, che fa parte di United Therapeutics, la stessa holding cui appartiene anche Revivicor, e la EHang, leader cinese nella costruzione di droni, avevano firmato un accordo che prevede costruzione di 1000 Moth (Manufactured Organ Transport Helicopter), dei droni specializzati della dimensione più o meno di una Smart in grado di trasportare organi di maiale da uno stabilimento di produzione agli ospedali in cui questi saranno trapiantati. I droni potranno essere istruiti a decollare ed atterrare, mentre tutto il resto del volo sarà controllato automaticamente.

Il problema degli xenotrapianti, però, rimane quello etico. Tralasciando le proteste degli animalisti e l’avversione degli anti-Ogm, il nocciolo vero della questione è che questo tipo di approccio azzera di fatto le barriere di specie, sia per il Dna delle cellule del maiale, sia e soprattutto per i geni dei virus che infettano queste cellule, entrambi i quali ora si vengono a trovare in un contesto completamente umano, dove l’acquisizione progressiva di mutazioni potrebbe generare chissà che nuova variante di virus adattato all’uomo. E’ vero che questo finora non si è osservato nei trapianti sperimentali da maiale a scimmia (ma i casi sono ancora molto pochi) ed è altrettanto vero che le moderne tecnologie di modificazione genetica consentirebbero anche di eliminare questi virus endogeni del maiale (qualche anno fa, un laboratorio di Harvard ne ha eliminati ben 62 con un singolo intervento genetico mirato). Ma visto che Hiv deriva da un virus dello scimpanzé e Sars-CoV-2 da un virus del pipistrello, per citare soltanto due delle trasmissioni di virus da altre specie all’uomo, l’idea di una medicina estesa basata sugli xenotrapianti ci lascia onestamente inquieti.




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