La lottizzazione di Grande Aracri a Suzzara torna al processo Grimilde
SUZZARA. Era Francesco Grande Aracri (fratello del boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino) il vero titolare di metà delle quote dell’immobiliare Santa Maria, realizzatrice di un complesso di case a Suzzara, che intestò poi a prestanome per metterla al riparo dai provvedimenti giudiziari, mantenendone però il controllo occulto tramite i figli.
La vicenda è stata ricostruita a Reggio Emilia, nell’udienza del processo Grimilde dal maresciallo Cristian Gandolfi, del nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Emilia. Il militare ha relazionato sui trascorsi della Santa Maria, con sede a Brescello, di cui ha curato due misure di prevenzione patrimoniali,sequestro e confisca nel 2013 e nel 2015. L'immobiliare è entrata nell'inchiesta per il vorticoso giro di passaggi di quote, avvenuto, secondo l’impianto dell’accusa, per metterla al riparo dalle misure dell'autorità giudiziaria e mantenerne con intestazioni fittizie il controllo in capo al fratello del boss. A supporto di questa tesi Gandolfi ha citato il fatto che nel 2011, quando la famiglia Grande Aracri aveva già formalmente ceduto tutte le sue quote, un cartello che pubblicizzava la vendita di alcuni alloggi riportava dei numeri telefonici riconducibili ai suoi esponenti. Inoltre, per i tre anni successivi (fino al 2014) Francesco, che non era più socio, aveva però facoltà di operare sul conto corrente bancario dell’azienda in cui venivano versati i canoni di alcuni alloggi affittati. All’udienza ha testimoniato anche un imprenditore edile che ha raccontato di essere entrato in rapporti con la consorteria per la costruzione e vendita di una casa in provincia di Mantova per cui gli acquirenti avevano già acceso un mutuo in banca.
Alcuni intoppi amministrativi sorti al momento del rogito avevano infastidito gli esponenti del clan che- la vicenda è avvenuta nel 2018- erano quindi ricorsi a sistemi più sbrigativi. Prima le diffide legali scritte dall'avvocato fratello del boss, poi le minacce dirette: «Te la vedrai con noi, ti rompiamo la faccia e buttiamo i denti nel cestino». Questi i modi con cui la cosca gestiva gli affari sulle due sponde del Po tra Emilia e Lombardia.Il teste prima ha negato di aver ricevuto pressioni legali minimizzando le diffide e ha parlato di «metodi non convenzionali» utilizzati nella trattativa. solo dopo diverse domande e insistenze ha ammesso che nei suoi confronti erano state annunciate «conseguenze di tipo fisico» e «personali».
