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Февраль
2022

Pulizia etnica e infoibati: nodo doloroso della Storia da non strumentalizzare

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La Seconda guerra mondiale segnò un primato anche per le sue tragiche conseguenze, dopo la fine delle ostilità. L’espansione al di fuori dei confini tracciati dalla conferenza di pace del 1919 del Terzo Reich e dei suoi alleati, tra cui l’Italia, provocò violenze simili, per molti versi, a quelle perpetrate da Hitler e dai suoi volenterosi carnefici.

Gli esperti hanno stimato in tredici milioni il numero di civili tedeschi che durante o dopo la guerra fuggirono o furono espulsi da una regione estesa dall’Estonia fino alla Jugoslavia meridionale.

Circa due milioni di essi morirono durante l’esodo o furono uccisi da soldati sovietici, polacchi e jugoslavi, oppure furono oggetto di vendette. Un grande storico, István Deák, ha scritto che Hitler ha finito per realizzare il sogno coltivato segretamente da milioni di est-europei: ripulire i loro paesi da ebrei e tedeschi.

Le foibe e l’esodo di istriani, fiumani e dalmati rientrano in questa crudele sciarada di popoli che accompagnò e seguì gli ultimi mesi di guerra, ma che aveva le sue radici nel concetto ottocentesco di nazione, nell’affermazione del principio di “territorio nazionale” e nei processi di semplificazione nazionale che hanno interessato tutta l’Europa centro-orientale nel Novecento.

Le foibe divennero a partire dal 1941, ma soprattutto dopo la caduta del fascismo e fino all’estate del 1945, il luogo dove gettare i cadaveri di morti in combattimento oppure le vittime di eccidi.

La foiba di Basovizza, ora monumento nazionale, venne utilizzata per gettarvi i corpi dei morti degli scontri tra tedeschi ed esercito di liberazione jugoslavo nell’aprile 1945 e, nei giorni successivi, quelli dell’occupazione titina di Trieste, i corpi di alcune centinaia di prigionieri rastrellati, sommariamente processati e fucilati.

In Istria, dall’autunno 1943, furono invece giustiziati e quindi infoibati come “nemici del popolo” quadri dirigenti italiani del regime fascista e anche semplici cittadini, magari benestanti, oppure dipendenti pubblici, vittime di vendette personali, malcapitati innocenti.

Medesima sorte toccò, tra Slovenia e Croazia, ai locali collaborazionisti dei nazisti: circa 10 mila sloveni Domombranzi e 60 mila croati Ustascia. Oltre che spietata “resa dei conti”, le foibe ebbero l’obiettivo politico di eliminare preventivamente i possibili focolai di resistenza al consolidamento del regime comunista che andava dispiegandosi in tutta la Slavia del sud.

Anche l’esodo degli istriani, giuliani e dalmati ha avuto fasi diverse, lungo l’arco di tempo 1943-56. I primi a partire furono gli italiani di Zara, già dal 1941, quindi a seguito dei bombardamenti alleati del 1942 e infine dopo l’ingresso delle truppe titine nell’ottobre 1944.

In totale gli abbandoni sarebbero stati quasi 45 mila, il 70% della popolazione residente a Zara nel 1942. Da Fiume l’esodo interessò in totale 36 mila italiani. A Pola, nel luglio 1946, su 31 mila residenti, il 90% dichiarò di voler lasciare la città in caso di definitiva cessione alla Jugoslavia. La strage di Vergarolla, il 18 agosto 1946, suonò come un avvertimento per gli italiani che intendevano rimanere in Jugoslavia.

A seguito del Trattato di pace, firmato il 10 febbraio 1947, che assegnava alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e parte della Venezia Giulia, abbandonarono l'Istria e il goriziano circa 50 mila persone; nell’anno successivo gli optanti giuliano-dalmati furono 80 mila.

Secondo il Vademecum per il giorno del ricordo dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, uno strumento utilissimo per gli insegnanti, le stime più attendibili indicano complessivamente un esodo dai territori adriatici di 280-300 mila anime.

C’è chi ha contestato, a tale proposito, l’uso del termine “esodo”, che indica uno spostamento forzato di popolazione che giunge al medesimo risultato della deportazione o dell’espulsione, per il fatto che gli italiani poterono optare per la cittadinanza italiana.

Non si può, tuttavia, non concordare con il Vademecum, che quella degli italiani di Istria e Dalmazia «non può essere considerata una decisione libera da costrizioni».

Meno utile, o addirittura impropria, è invece l’espressione “pulizia etnica”, che ritorna continuamente nel discorso pubblico sulle foibe e sull’esodo.

Come si è detto, vittime delle esecuzioni sommarie furono anche sloveni e croati collaborazionisti; espulsi da Slovenia e Croazia, senza proprio libertà di scelta alcuna, furono poi centinaia di migliaia di tedeschi. Non etnica, ma politica fu la normalizzazione di queste terre di confine.

Con la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004, il Parlamento ha voluto richiamare l’attenzione su questo nodo doloroso della nostra storia.

Un passaggio che va sottratto alle polemiche e alle strumentalizzazioni di parte e consegnato, oltre ma forse prima che al ricordo, allo studio e alla comprensione storica. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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