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Октябрь
2022

Dalla Chiesa sul Veneto: «Investire sul futuro: la mafia si batte nelle università»

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Nando Dalla Chiesa, professore universitario e figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia nel 1982, insegna Sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano. È presidente onorario di Libera e anche del Comitato Antimafia di sostegno al sindaco di Milano Beppe Sala. Ha 72 anni ma è stato nominato delegato del rettore sui temi dell’educazione alla cultura antimafia.

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«L’università ha un ruolo importante, anzi fondamentale. La Statale di Milano è l’unica in Italia che ha ben 8 insegnamenti sulla mafia, più un dottorato e un centro di ricerca. Ma quante altre lo fanno? Gli studenti poi diventano sindaci, consiglieri comunali, giornalisti, professionisti inseriti in istituti finanziari. Questo è investire sul futuro di tutti noi, della nostra società».

Secondo lei qual è il ruolo delle organizzazioni imprenditoriali nel contrasto alle mafie?

«Abbiamo fatto una ricerca per la Regione Lombardia. Chi lavora di più su questo ambito sono le scuole, le associazioni di volontariato e, per certi aspetti, anche la chiesa. Il punto debole è risultato il tessuto associativo delle imprese e dei professionisti. O meglio. Le organizzazioni a volte sono interessate all’argomento a livelli di vertice, ma quando si scende sul territorio, tipo nelle sezioni provinciali e regionali, tutto si parcellizza e scompare».

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In Veneto molte inchieste sulla criminalità organizzata, avviate in grande stile, si sono poi sgonfiate nel loro iter processuale. È possibile che manchi una cultura giudiziaria in merito?

«Rispondo con una domanda: quante facoltà di Giurisprudenza organizzano corsi a tema criminalità organizzata? E, nel caso in cui siano presenti, quanto pesano nel percorso di studi? È uno dei fenomeni criminali più importanti eppure chi dovrebbe impartire la legalità non lo affronta. È nelle università che si forma il senso comune dei futuri amministratori e anche dei futuri magistrati. A non buttare le cartacce a terra lo impari alle elementari, ma è l’università che dovrebbe instillare il germe antimafia nei suoi studenti».

Secondo lei questa società è consapevole della presenza delle mafie in Veneto?

«Il pregiudizio è molto radicato. Nel Nordest sembra sempre che la mafia sia una cosa che riguarda l’Italia da Roma in giù. Non ci si rassegna al fatto che, invece, anche noi possiamo essere come loro. C’è la paura di rovinare il turismo e gli affari, di creare un danno d’immagine».

Dunque è un negazionismo di convenienza?

«Recentemente un mio studente è andato a Campolongo Maggiore, il paese di Felice Maniero, per la sua tesi di laurea. Ha trovato persone che ancora ne parlano bene. Dicono che ha aiutato persone, che ha fatto anche del bene. Se andiamo a Ottaviano a chiedere di Cutolo, dicono le stesse cose».

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Se le banche avessero continuato a concedere credito ci sarebbe stata comunque l’avanzata delle mafie in Veneto?

«Certo. La mafia arriva, si guarda intorno, aggredisce con le estorsioni, fa assumere i propri uomini negli enti pubblici. La mafia non mette radici solo per via dell’usura».

Viene fornita ai bancari, dipendenti, funzionari, direttori di filiale, attività formativa specifica sulla presenza delle mafie in ambito economico in Veneto?

«Attività specifica non viene fatta. Al massimo informano il personale sulla norma. Altra cosa è fare attività specifica, aiutare gli operatori a conoscere l’avversario».

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Quindi quali sono gli accorgimenti concreti adottati dagli istituti di credito a contrasto della criminalità di tipo economico?

«Ci sono banche che segnalano operazioni sospette e banche che invece non lo fanno. Lo fanno per il quieto vivere, per non avere noie. Questa è una cultura da estirpare».

Qual è lo stato di salute degli enti pubblici?

«Evidentemente i posti pubblici sono un obiettivo importante. Le organizzazioni mafiose fanno partire appositamente le persone dal sud Italia, per farle assumere in posti chiave dove si possano gestire i flussi di spesa o controllare gli appalti. Mettono le mani ovunque, mirano a strappare l’assunzione giusta al posto giusto. Purtroppo non è facile monitorare questo fenomeno. Servirebbero controlli mirati, specifici».

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Secondo lei la presenza delle mafie in Veneto è, in parte, agevolata dal tessuto economico?

«Loro entrano più facilmente nei piccoli comuni. La situazione ideale è il paesello senza la stazione dei carabinieri. Il “ piccolo è bello” che ha fatto la fortuna dell’economia veneta, presenta un rovescio della medaglia che deve far riflettere: una oggettiva vulnerabilità».

Quanto c’è della sua storia familiare in quello che fa oggi?

«Io feci una tesi di laurea sulla mafia nel 1973, quando mio padre era ancora vivo. Fin da allora era una mia fissazione. Io studiavo alla Bocconi, mio papà era a Palermo. Rimasi colpito dall’atteggiamento che c’era nei confronti della mafia: se ne rideva, sembrava facesse parte dei costumi del luogo».




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