Inchiesta Palude, il Riesame nega la restituzione degli smartphone
Nell’ambito dell’inchiesta “Palude “ - che sta marciando verso la chiusura delle indagini - il 18 ottobre la Procura ha ottenuto un punto a favore: il Tribunale del Riesame ha ritenuto legittimo il sequestro di smartphone e hard disk dei computer sequestrati a Morris Cerron (oggi direttore generale del Comune, già capo di gabinetto) e Derek Donadini (oggi capo di gabinetto, nel 2016 vice), che affiancano Luigi Brugnaro da anni, già dai tempi delle sue molte attività di imprenditore.
Il Riesame ha così di fatto legittimato l’uso di email, messaggi, comunicazioni che i pm Terzo e Baccaglini ritengono prove d’accusa. La parola, si sa, spetterà ai giudici.
Il filone d’inchiesta, in questo caso, non riguarda direttamente le accuse di corruzione mosse all’ex assessore Renato Boraso (tangenti in cambio di favori a imprenditori compiacenti), ma quello relativo al tentativo di vendere i 42 ettari dell’area dei Pili, acquistati da Brugnaro a un’asta demaniale per 5 milioni nel 2005 e da allora “in pancia” a Porta di Venezia.
Area che – secondo le accuse della Procura - Brugnaro, Cerron, Donadini (indagati in concorso in corruzione) avrebbero cercato di cedere all’immobiliarista di Singapore Chiang Chiat Kwong assicurando in cambio tutte le autorizzazioni urbanistiche necessarie.
Prezzo – sempre secondo le ipotesi dei pm – fissato a 85 milioni per poter costruire alberghi, case, darsene, portato a 150 milioni in caso di approvazione del raddoppio dell’indice di edificabilità.
Accuse sempre rigettate dagli indagati, che pure hanno respinto – come loro diritto – l’invito ad essere interrogati dai pm. Invito rivolto dalla Procura a tutti e che sarà, quindi, probabilmente esteso anche al sindaco Brugnaro.
Tornando alla decisione del Riesame – che non ha ancora motivato la propria scelta – la Procura è convinta di aver trovato, nuovi elementi che comproverebbero l’interesse dell’entourage del sindaco per cercare di portare a termine la vendita: bozze di possibili contratti, annotazioni ricevute da tersi.
Di tutt’altro avviso gli avvocati Alberta Ranzato (per Donadini) e Alberto Berardi (per Cerron) che avevano impugnato il sequestro del materiale informatico, avvenuto il 16 luglio, giorno nel quale deflagrò pubblicamente l’inchiesta, con l’arresto dell’allora assessore alla Mobilità Renato Boraso (tutt’ora in carcere).
«Innanzitutto non ci risulta alcuna proroga delle indagini che possa autorizzare perquisizioni e sequestro», osserva l’avvocata Ranzato, «gli indagati erano stati iscritti con nomi di fantasia nell’aprile del 2022 e non c’è traccia di proroga, dopo 6 mesi. Per questo ho chiesto l’annullamento del decreto di perquisizione e sequestro, rilevando – in più – che la giurisprudenza dice che l’acquisizione dei dispositivi non dev’essere massiva: nei nostri telefoni c’è la nostra vita. Vanno trattenuti solo i dati ritenuti inerenti all’indagine e restituito tutto il resto, compresa la copia forense. Ma così non è avvenuto. Non mi risultano nuovi atti».
Da parte sua, l’avvocato Berardi ha ricordato che la Cassazione prevede che la restituzione dei dispositivi avvenga nel più breve tempo possibile e che non è stato scaricato nulla dai device di Cerron.
La Procura ha replicato che la copia di tutto il contenuto è stata necessaria per restituire i dispositivi appena possibile e di aver dato disposizione agli investigatori di trattenere solo dati legati all’inchiesta, non aprendo alcun elemento privato.
