Coltivare la bellezza tra viticoltura e luoghi curati, i propositi di Canavese 2030
IVREA. «Il nostro è un territorio di perle, che ha saputo far leva sulla bellezza per farsi strada nel mondo, come racconta la storia di Olivetti a Ivrea. Ora dobbiamo guardare ad altri settori, come quello vitivinicolo: per il futuro la cura delle vigne e del territorio sarà la chiave»: ha esordito così il padrone di casa, Matteo Chiantore, al momento formativo “Coltivare la bellezza. Modelli per lo sviluppo del territorio” di venerdì 23 promosso da Canavese 2030 con la Credenza vitivinicola di Caluso e Canavese, l’Enoteca regionale, i Comuni di Carema e Caluso, gli Istituti Martinetti e Ubertini di Caluso, e altri attori d’eccezione al teatro Giacosa di Ivrea.
Anche Enrico Gruner, Console della Credenza, ha sottolineato che occorre trovare un modo comune per valorizzare il patrimonio vitivinicolo, attraverso la bellezza ma anche coordinandosi con gli enti pubblici e privati con il fine di attirare turismo di qualità: «Produzione, accoglienza e paesaggio sono il futuro».
A spiegare come un paesaggio colturale possa anche diventare culturale, come in un gioco di parole, è Cristina Natoli, architetto della Commissione Pnrr del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica: «Riprendendo le parole del geografo Eugenio Turri, il paesaggio è la proiezione visibile della società, fragile e bisognoso di mantenere i suoi riferimenti: per il Canavese la viticoltura è uno di questi riferimenti, perché plasma l’identità locale. La coltura, quindi, si fa anche cultura, generando lavoro e senso di appartenenza al territorio. La tutela, a sua volta, è un’opportunità che alza il valore di un luogo e ne direziona lo sviluppo in maniera coerente. Sono un esempio i paesaggi terrazzati e vitati del Canavese, che proseguono una tradizione ma valorizzano anche il paesaggio con un’architettura caratteristica. Il futuro del Canavese passa anche da qui: dalla capacità di adattare la viticoltura al clima tutelando la biodiversità, dal recupero dei borghi e del patrimonio rurale, dalla valorizzazione scenica del paesaggio».
Il vicepresidente dell’Associazione italiana per il patrimonio industriale Manuel Fernando Ramello ha raccontato la correlazione tra trasmissione della cultura del lavoro e paesaggi d’eccellenza, mentre il pittore e incisore Giancarlo Ferraris, di Canelli, ha spiegato come l’arte possa diventare a pieno titolo un elemento di valorizzazione delle vigne. Ha raccontato, dunque, la sua esperienza con Michele Chiarlo, in Monferrato, con la creazione de La court, un parco artistico in mezzo alle vigne, ma anche della creazione di Cannubi a Barolo, a cui ha partecipato anche Ugo Nespolo: «Sono l’ideatore del museo a cielo aperto del Monferrato, una sorta di fabbrica dell’arte tra i vigneti, che rappresenta un modo diverso e nuovo di valorizzazione della viticoltura». Alessandro Ciccioni, proprietario di Centovigne a Castellengo nel Biellese, ha fatto leva anche sul valore della storia nella narrazione dei vitigni, mentre Lamberto Vallarino Gancia, presidente dell’Advisory board di Canavese 2030 e quinta generazione della famiglia che ha inventato lo spumante, ha parlato della bellezza del paesaggio come attrattiva del Canavese per i tour operator: «I vigneti possono essere luoghi di esperienza, ciò che il turismo di oggi cerca. La marca, il territorio, il vitigno, l’annata e il rapporto qualità prezzo sono ciò che incentivano il visitatore, puntando su turismo di qualità, a scegliere un luogo. Per il Canavese è arrivato il momento di attrarre, anche grazie al suo vino».
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Focus sui paesaggi terrazzati e su Caluso
A raccontare il territorio e le opere di valorizzazione erano presenti anche il sindaco di Carema Fabio Peretto, l’agronomo Enrico Pomatto, che si è occupato di redarre il dossier di candidatura dei paesaggi terrazzati del Mombarone al Registro nazionale dei Paesaggi rurali di interesse storico, e la sindaca di Caluso Maria Cena. «Dopo sei anni abbiamo raggiunto questo grande traguardo e siamo stati i primi in Piemonte – ha ricordato Peretto citando i quattro Comuni coinvolti, Carema, Settimo Vittone, Nomaglio e Borgofranco d’Ivrea –. Da noi la vite è la coltura più antica e l’architettura delle pergole ha connotato l’intero territorio. È vero che questo riconoscimento è un traguardo, ma anche un punto di partenza per attrarre e preservare le nostre tradizioni». La sindaca di Caluso, allo stesso modo, ha ripercorso il processo di abbellimento della città, avviato secondo un percorso ideale in cui la vite è al centro: «Dalle nostre piazze fino ad arrivare al parco, abbiamo deciso di migliorare ciò che abbiamo da offrire, andando di pari passo con la storia dell’Erbaluce. La progettazione è partita da come usare la vigna per creare architettura, percorsi, punto di incontro, senza mai dimenticare la manutenzione del territorio affinché sia bello. Soltanto innovandoci continuamente arriveremo all’obiettivo: creare un turismo consapevole con pacchetti e percorsi per valorizzare le nostre particolarità».
