Caso Maria Denisa Adas, “i telefoni della donna sono stati riaccesi pochi minuti, con scambio di traffico dati online”
Nella notte tra giovedì 15 e venerdì 16 maggio – la notte nella quale si sono perse le tracce di Maria Denisa Adas – i telefoni della donna sono stati riaccesi per pochi minuti permettendo uno scambio di traffico dati sulla rete con almeno altri due dispositivi. È quanto hanno fatto emergere le ultime verifiche condotte dagli inquirenti sul caso della 30enne sparita da Prato dov’era arrivata per praticare la sua attività di prostituzione. A quanto emerso infatti, dopo la conversazione telefonica lunga 38 minuti tra la scomparsa e la madre, dai dispositivi di Denisa sarebbero partiti due scambi di dati riconducibili verosimilmente a connessioni online. Non è stato però specificato quali siano state le celle telefoniche agganciate dai telefoni della donna, né se ad aver acceso i dispositivi siano stati i sequestratori di Denisa. Meno probabile risulta essere l’ipotesi secondo cui a riaccendere i telefoni per alcuni minuti sia stata la stessa donna. Subito dopo, i cellulari sono risultati spenti e non sono stati più riaccesi.
Al centro delle indagini restano i due appuntamenti avuti da Denisa con due uomini, tra le 20 e le 23.20. Alle 20 l’appuntamento con un uomo, di cui Denisa sembra aver parlato negativamente in chat. Alle 23.20 un secondo appuntamento finito: un giovane di Pistoia è immortalato dalle telecamere mentre lascia il residence Ferrucci. Di nuovo emerge che, con tutta probabilità, la donna – mentre era al telefono con la madre – abbia ricevuto la richiesta di un terzo uomo, un albanese, che chiede di incontrarla quella stessa sera.
Con oggi, 26 maggio, sono ormai dieci giorni che di Maria Denisa Adas non si sa più nulla. E molteplici sono ancora le piste seguite dalla Procura di Prato: dal rapimento da parte di un gruppo di romeni connazionali a fini di sfruttamento sessuale, all’ipotesi che il responsabile del sequestro possa essere stato un cliente che non accettava il rifiuto di Maria Denisa. Infatti, in una chat di gruppo nella quale la donna era solita condividere esperienze e allarmi su clienti “problematici”, sembra che Denisa abbia avvisato della presenza di un uomo “pericoloso”, che non avrebbe rispettato i limiti da lei imposti durante il rapporto. Ancora nessuna richiesta di riscatto è mai pervenuta, elemento che rafforza l’idea secondo cui il sequestro è avvenuto come tentativo fallito di coercizione, o come una vendetta personale. Non si esclude che ormai la donna possa trovarsi lontano dalla Toscana.
Resta inoltre ancora oscuro e poco chiaro il ruolo agito dalla figura del “professionista” avvocato, con cui la madre di Denisa, Maria Cristina Paun, avrebbe avuto una conversazione all’insaputa degli inquirenti e per questo indagata per false dichiarazioni. Sul fatto e sulla ricostruzione a cui gli inquirenti della Procura sono arrivati, si era espressa lo scorso 23 maggio la legale della madre, l’avvocata Marianna De Simone che ha affermato come la pista seguita dagli investigatori “Non è quella corretta”. “Non ci risulta alcun riscontro su un rapimento da parte di un gruppo di romeni – ha commentato la legale, aggiungendo che “l’uomo che emergerebbe come mediatore, il famoso ‘avvocato’, per quanto ne sappiamo, non avrebbe mai visto la ragazza in vita sua”. In ogni caso, la Procura sembra dare credito alla testimonianza delle amiche di Denisa secondo cui la 30enne sarebbe stata picchiata e seviziata.
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