Ivrea, per le 9 transgender doppia detenzione, le terapie ormonali di fatto sono vietate
IVREA. È a tutti effetti comparabile a una doppia detenzione quella che vivono in carcere le persone transgender, cioè persone la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico.
unica sezione in piemonte
Sono una settantina in tutta Italia, nove nella sezione specifica attivata alla casa circondariale di Ivrea nel 1983, l’unica del Piemonte, al quarto piano dell’ala sinistra, di fronte alla sezione maschile per persone in art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario e in semilibertà. Soltanto una di loro è italiana, e solo una è autorizzata al lavoro all’esterno. Una doppia segregazione, la loro, nella misura in cui spesso vivono episodi di marginalizzazione rispetto al contesto carcere, un isolamento nell’isolamento per cui anche la fine del periodo di detenzione apre all’angoscia di un inserimento professionale inimmaginabile se diverso dal mercato del sesso, dell’estrema difficoltà di vedersi assegnare una casa, di ricominciare a vivere una vita degna e dignitosa. Prima ancora di tutto questo, dentro al carcere, la lacuna forse più grave: se l’Ordinamento penitenziario deve riconoscere un vero e proprio diritto dei detenuti transessuali a proseguire durante la reclusione il proprio percorso ormonale, affinché la detenzione non frapponga ostacoli alla prosecuzione del percorso ormonale nel corso dell’espiazione della pena, di fatto questo non avviene. Come a Ivrea, e non per mancanza di volontà. Ma per degli interlocutori istituzionali sino ad oggi sordi. Chi paga le trasferte?
confronto e buone pratiche
È stato questo il tema principale sviscerato durante il convegno “Trans in carcere” tenutosi lunedì in Sala dorata, promosso dal Comune di Ivrea, con l’assessora Gabriella Colosso in collaborazione con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte, Bruno Mellano, affiancato dall’omologo comunale Raffaele Orso Giacone. Al tavolo dei relatori, il direttore della casa circondariale di Ivrea Alessia Aguglia, Daniela Ronco del Comitato scientifico dell’associazione Antigone, realtà che nel suo ultimo rapporto sulla detenzione femminile in Italia ha tracciato un’analisi da cui emergono numerose evidenze critiche proprio riguardo la sezione di Ivrea. E poi Antonietta Cozza, avvocato e attivista del Mit (Movimento identità trans) di Bologna, che con grande passione ha percorso i traguardi raggiunti a Reggio Emilia, in 40 anni di impegno e lotte a sostegno della sezione Orione. Infine Cristina Bocca dell’Associazione volontari penitenziari operante a Ivrea, tra le realtà in prima linea nel portare avanti progetti di riqualificazione professionale per le detenute trans, ultimo il laboratorio sartoriale su progetto di 100 ore finanziato da un bando Prap con l’associazione Essere umani, di cui lunedì sono stati mostrati orgogliosamente i prototipi realizzati dalle ragazze con materiali di recupero equivalenti a banner pubblicitari messi disposizione dal Comune. Per ottobre, quando si concluderà, si andrà a lavorare su una mostra guardando oltre il perimetro del carcere. Il bando ha permesso di creare un laboratorio in più e acquistare macchinari che resteranno in dotazione.
il tema dei temi
Dal punto di vista delle progettualità, a Ivrea, qualcosa sta cambiando, ma come più volte sottolineato durante il convegno resta irrisolto il tema cruciale dell’interruzione delle terapie ormonali, con conseguenze psicologiche pesantissime sulle detenute. Le strade sarebbero due: sottoporsi alle terapie alle Molinette di Torino, ma questo per il carcere implica organizzare il loro trasferimento momentaneo con evidenti complicazioni logistiche e di organico. Far sì che le terapie vengano somministrate in carcere a Ivrea dall’Asl. Lettera morta, nell’uno e nell’altro caso, hanno spiegato in Sala dorata i relatori, nonostante le sollecitazioni a uscire dall’empasse.
gli impegni assunti
Ragion per cui, al termine del pomeriggio, Colosso si è riproposta di tornare a sensibilizzare l’Asl/To4, e Mellano a fare pressing sulla Regione. «In 11 anni di garante qualche cosa si è ottenuto – ha tenuto a rimarcare Mellano – come i progetti Sportello lavoro e multiservizi, quindi c’è stata una certa attenzione da parte della Regione Piemonte al mondo della detenzione penale. Però su questo tema specifico delle terapie ormonali non siamo riusciti ad intavolare nessun discorso costruttivo. E la questione rischia davvero di essere di lana caprina, cioè chi paga lo spostamento? Possibile che questo sia prioritario rispetto al problema a monte? Domani scriverò una lettera molto dura, l’ho promesso alle nove ragazze che ho incontrato questa mattina, in carcere a Ivrea: la Regione sta lavorando a un nuovo Piano socio-sanitario, ma la bozza che mi è stata presentata per farne una valutazione non comprende le parole carcere, detenuti, sanità penitenziaria. Male, così si va sulla cattiva strada, perché se non altro c'è una legge di riforma del primo aprile 2008 che dà esclusiva competenza in tema di sanità in carcere alle Regioni e al Servizio sanitario territoriale. E dico esclusiva competenza».
corsi professionali aperti: no ghetto
Partendo dall’osservare come «il reparto del quarto piano sinistro – ha notato Orso Giacone – è ancora più nascosto di altri reparti, va comunque detto che si stanno percorrendo alcune strade positive. Penso ad alcuni cantieri di lavoro aperti che stanno funzionando, o alla possibilità data alle detenute transgender di partecipare insieme agli altri detenuti ai corsi di formazione, davvero una delle novità più importanti». «Noi siamo stati testimoni diretti del fatto che con questa direzione c'è stato il tentativo di far vivere i nostri corsi a tutte e tutti i detenuti, con le stesse possibilità – ha precisato Bocca –. E infatti abbiamo avuto gruppi promiscui, cosa non scontata». Ma è impossibile in questa sede non insistere sul problema della sanità e delle terapie ormonali. «Sono inutili le richieste alle Molinette di Torino – ancora Orso Giacone –: per portare queste persone da Ivrea a Torino servono agenti, scorte, appuntamenti che a volte sono spezzati e difficilmente programmabili»
Così Colosso: «La società, ancora oggi, fatica a concepire le persone transessuali e transgender come soggettività degne di riconoscimento, anzi le confina in uno spazio sospeso, fatto ancora di incomprensione e di mancato riconoscimento. I meccanismi che governano la nostra società si riflettono all’interno del carcere. Ecco, allora, che un momento come questo diventa importante per cominciare a confrontarsi sui temi».
