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Июнь
2025

«Non avrei mai pensato che un detenuto potesse buttare giù un muro del carcere di Ivrea»

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IVREA. «Pensavo che il muro di un carcere non potesse essere buttato giù da un detenuto. Pensavo resistesse, che fosse di cemento armato. Dopo aver chiamato il comandante Pitti, che era vicino, ma non è mai arrivato, abbiamo deciso di temporeggiare. Siamo entrati solo quando abbiamo visto che aveva ormai metà busto al di fuori della sala». Il sovrintendente capo della polizia penitenziaria Paride Petruccetti, imputato per lesioni ai danni di un detenuto e difeso dall’avvocato Celere Spaziante, risponde calmo alle domande del pm Giancarlo Avenati Bassi. «Quando siete entrati lo avete picchiato?», incalza il magistrato. «No, lo abbiamo immobilizzato. Stava dando in escandescenze perché non voleva stare in quella stanza». La stanza era il cosiddetto “acquario” ovvero la sala d’attesa dell’infermiera. Sala d’attesa che gli agenti negano decisamente fosse utilizzata come luogo di contenzione o punizione. Al massimo, ammetterà durante il successivo esame un altro agente, Giuseppe Carabotta, difeso dall’avvocato Antonio Mencobello, «li mettevamo lì dentro quando erano un po’ troppo nervosi». Che poi l’acquario, fosse liscio, cioè privo di arredi, era dovuto alle distruzioni di suppellettili da parte degli stessi detenuti. Nell’impianto accusatorio, invece, l’Acquario è visto come luogo di detenzione. In particolare dopo la rivolta dell’ottobre 2016, in cui almeno un detenuto sudamericano passò la notte lì. «Quella è la sala d’attesa dell’infermeria - preciserà però Petruccetti a domanda dell’avvocata Maria Luisa Rossetti, che rappresenta i garanti dei detenuti -, non ho mai visto, né sentito che fosse utilizzata a scopi punitivi».

Petruccetti, Carabotta, insieme ai colleghi Emanuele Granato, Massimo Genovesi, Mickael Palumbo e Giuseppe Pennucci erano inizialmente imputati per tortura verso quel detenuto. Ma l’accusa è già caduta e sono rimaste le lesioni di 7 giorni certificate. Anche Petruccetti, tuttavia, quel giorno ebbe delle lesioni ai legamenti di un dito, inizialmente documentate in 15 giorni, ma poi estese a 60. C’è un procedimento che inverte le parti, dove Petruccetti e vittima e il detenuto indagato, che risulta però ancora in indagine.

Soprattutto, però, le difese producono dei documenti che dimostrano che alcuni degli agenti accusati, non erano previsti in servizio quel giorno o erano già usciti all’ora del trambusto. «Carabotta non c’era - dirà Petruccetti -, neanche Palumbo e Pennucci. Eravamo io, Granato e Genovese». Inoltre il detenuto aveva riconosciuto sul posto anche il comandante Pitti, ma più persone hanno testimoniato che si trovasse altrove. Le

L’avvocato di Palumbo, Cesare Pianasso, continua a chiedere dalla prima udienza che il suo assistito venga estromesso dal processo, portando la documentazione che dimostra che quel giorno non era in servizio. Una situazione che sarà riassunta da Carabotta in una dichiarazione spontanea: «Io vorrei sottolineare soltanto che sono due anni e sei mesi che per queste vicissitudini ho il grado bloccato. Io sono convinto che la giustizia debba fare il suo corso, però vorrei soltanto sottolineare che, ad oggi, la mia progressione di carriera è limitata».




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