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Октябрь
2025

Vera Gheno a Mitopoietica: «L’italiano deve stare al passo»

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Specializzata nello studio del linguaggio e delle sue trasformazioni sociali, la sociolinguista Vera Gheno torna a Pavia, questa sera alle 21, nella chiesa sconsacrata di San Quirico per il festival culturale diffuso Mitopoietica. Con la filosofa Silvia Grasso e la scrittrice Aurora Tamigio, autrice de “Il cognome delle donne” affronteranno il tema del linguaggio di genere e del potere delle parole.

Cosa porterà quest’anno?

«Parlerò di come nella nostra società il concetto di normalità sia stato reso un’arma di discriminazione. E anche di come tutto si giochi sempre sulla dimensione del normale contro il diverso. Dove il diverso non si differenzia solo in orizzontale, cioè A diverso da B, ma anche in verticale, per cui A è meglio di B».

Il linguaggio inclusivo è davvero complicato o ci siamo solo disabituati alla flessibilità della lingua?

«Io solitamente preferisco parlare di linguaggio ampio, proprio perché il concetto di inclusione mi sembra limitante, continuando a presumere una differenza di status tra chi include e chi viene incluso. E questo tipo di linguaggio non è faticoso. È necessario. Spesso però questa necessità viene comunicata con eccessiva semplificazione, come una lista di cose da fare e non fare. Così, invece di lavorare sull’idea di cosa si possa fare con le parole, si lavora con la sensazione che queste liste ci dicano cosa si debba fare».

Come risponde a chi sostiene che il maschile sovra esteso sia “neutro” e che modificare il linguaggio sia pura ideologia

«Rispondo che se l’italiano si irrigidisse e smettesse di star dietro ai cambiamenti sociali e culturali della realtà e del pensiero, a un certo punto la comunità lo abbandonerebbe. Perché non sufficiente per supplire ai bisogni comunicativi di quella comunità».

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Molte donne usano ancora il maschile per parlare di sé in ambito professionale. Fino a che punto si tratta di una libera scelta?

«Io penso che in molti casi sia l’idea di una libera scelta. In realtà è il perpetuare di una tradizione in cui queste persone sono, volenti e nolenti, cresciute. Ci siamo formate e formati in un certo contesto, per cui ci sono ancora molte donne che dicono “non è importante che mi chiamino ingegnera, l’importante è che io sia lì”. Ecco, a quelle persone io di solito rispondo che loro sono lì perché generazioni di donne prima di loro hanno lottato anche per “ingegnera”, anche per la parte linguistica. Perché quello che non viene nominato si vede meno. Il diritto femminile a lavorare in qualsiasi contesto diventa più sfumato, meno evidente, se non lo si nomina. C’è una responsabilità individuale nell’uso del linguaggio, e invito sempre le persone che fanno determinate scelte linguistiche, come quella di continuare a chiamarsi e a farsi chiamare al maschile, di interrogarsi sul motivo».

Quali possono essere?

«Il primo può essere semplice menefreghismo. Dire “non m’importa” vuol dire ignorare che il femminismo abbia portato avanti anche istanze linguistiche e simboliche. Il secondo è l’idea, insita ancora in molte donne, che il titolo maschile sia di maggiore prestigio. Lì non è più una questione linguistica ma di percezione. Ed è un segnale evidente del fatto che si viva, più o meno comodamente, in un sistema che continua a essere profondamente patriarcale».

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