Sondaggi, cosa cambia dopo le Regionali? Perché la sfida tra destra e campo largo diventa sempre più aperta
Le elezioni regionali avranno forse pure trasmesso qualche scossa di insicurezza alla maggioranza e in particolare a Fratelli d’Italia tanto da farli correre a mettere mano alla legge elettorale “per avere governi stabili”, eterna giustificazione quando c’è da cambiare le regole del gioco. La situazione del consenso per i vari partiti, tuttavia, resta grossomodo invariata, almeno stando al sondaggio mensile che Ipsos pubblica sul Corriere della Sera. Ci sono però diversi spunti di riflessione.
Fratelli d’Italia non si smuove dal 28 per cento, secondo i dati dell’istituto diretto da Nando Pagnoncelli. Da quelle parti sì che c’è stabilità: è lo stesso valore registrato a ottobre, ancora prima a luglio e – decimale più decimale meno – è la cifra che il partito della presidente del Consiglio ha ottenuto alle Europee di oltre un anno fa. Qui si può aprire una parentesi: se il partito regge il colpo dopo 3 anni di governo, maggiori oscillazioni ce l’ha il consenso personale della premier Giorgia Meloni. A novembre, secondo Ipsos, è aumentata la percentuale di voti negativi (dal 50 al 52 per cento in un mese) e diminuita la quota di quelli positivi (dal 40 al 37 per cento nello stesso periodo). L’indice di gradimento, per Ipsos, si attesta al 42 per cento contro il 43 di luglio e il 44 di ottobre.
Tornando ai partiti continua la sua altalena il Pd, seconda forza nel panorama politico, con un incremento dello 0,7 per cento che lo porta al 21,6. Sembra distante il 24 per cento delle Europee, ma è una linea di ripresa rispetto a ottobre quando i dem erano scesi sotto il 21. C’entra forse il bagno elettorale del partito alle Regionali, campo da gioco in cui tradizionalmente si trova a suo agio. Questo dà una spinta anche al consenso personale di Elly Schlein: è l’unica ad avere una variazione significativa (+2 per cento, dal 23 al 25). Al terzo posto tra le forze politiche resta stabile il M5s (13,5), il quale non pare essere penalizzato dai risultati così così ottenuti alle Regionali, sia pure con l’elezione di un esponente di spicco come l’ex presidente della Camera Roberto Fico.
L’unica vera novità in questo schema un po’ ingessato accade – secondo Ipsos – a destra: la Lega mette giù l’aumento più significativo dell’ultimo mese (+0,9) e sfiora il 9 per cento mettendo in atto un sorpasso nei confronti di Forza Italia che secondo tutti gli altri istituti di sondaggio sembrava salda come seconda forza della coalizione. Al contrario per Ipsos gli azzurri pagano una flessione dell’ultimo mese dello 0,4 e si attestano all’b, a tre decimali dai leghisti.
Qui si può aprire la seconda parentesi, che riguarda il consenso dell’intero governo. Anche in questo caso il gradimento è in discesa per questo mese: al 40 per cento contro il 42 di ottobre. Diminuiscono di due punti percentuali i voti positivi, salgono di un punto quelli negativi. “Non si tratta di grandi cambiamenti – sottolinea Pagnoncelli nel testo che accompagna il sondaggio sul Corriere – tuttavia questi piccoli cali potrebbero essere messi in relazione da un lato alla polemica, già richiamata, con il Quirinale (anche se per interposta persona) e dall’altro anche alla manovra finanziaria che sembra sostanzialmente orientata alla tenuta dei conti, senza benefici particolari per nessuna componente sociale”.
Infine l’unica altra lista che supererebbe una ragionevole soglia di sbarramento – con o senza nuova legge elettorale – è l’Alleanza Verdi-Sinistra che resta come l’altro mese un po’ sopra il 6 per cento (6,3).
Quanto valgono gli altri mini-partiti i cui leader spesso riempiono i talk show e le pagine dei giornali? Poco. Azione si ferma al 3, tra l’altro con una flessione dello 0,3 nell’ultimo mese. Italia Viva è ancora più indietro, al 2,5 (-0,1), +Europa fa fatica a superare il 2 (è all’1,6, -0,2), Noi Moderati arranca sotto l’uno per cento.
Dette tutte queste cose e con la consapevolezza che la somma di questi numeri non è il reale valore degli schieramenti resta significativo vedere che il centrodestra sarebbe in vantaggio sul campo progressista (senza Azione che non ne vuole fare parte) di un solo punto percentuale: 46,4 contro 45,4. Da qui si capiscono le fregole di Palazzo Chigi per arrivare a un nuovo sistema elettorale.
Resta da capire se l’assottigliamento dell’area del non voto (che comprende sia gli astenuti convinti sia gli indecisi) sia un trend solido o volatile: quello che si vede è che è al terzo ribasso dalla scorsa estate, con una flessione dei non votanti dell’1 per cento in tre mesi. Forse l’accensione di una battaglia politica che sembrava un po’ sotto sonnifero – le partite regionali, il referendum che può assumere contorni più politici – ha risvegliato qualche istinto anche nel cittadino-elettore.
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