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Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso?

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di Giuseppe Pignataro

La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’ per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione.

L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile: sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno quattro.

1. La prima è didattica. Se l’esame è uguale per tutti, devono essere comparabili le condizioni di accesso alla didattica: aule, orari, docenza, esercitazioni. Invece il semestre ha vissuto di soluzioni emergenziali: in molte sedi modalità ibride, aule sature, streaming e turnazioni; altrove percorsi più ordinati. Quando la didattica è diseguale e la prova è uniforme, la diseguaglianza di contesto diventa diseguaglianza di esito. Non è un dettaglio: è giustizia procedurale.

2. La seconda è normativa: regole in movimento. A percorso avviato sono arrivati correttivi che hanno introdotto ‘sufficienze reintegrate’ e crediti da recuperare, e il punteggio finale considera solo i voti almeno 18, mentre gli insufficienti non contribuiscono. Si può difendere la scelta come tutela (nessuno viene ‘affondato’ da un singolo inciampo), ma comunica anche che la macchina non era stata stress-testata. Una selezione credibile non cambia metrica mentre gli atleti stanno correndo.

3. La terza è il tempo. Il semestre è un investimento ad alto rischio e, come ogni rischio, non pesa uguale su tutti. Non tutti possono permettersi mesi di studio intensivo senza un piano B; non tutti hanno spazi, dispositivi, serenità, supporto familiare. L’uguaglianza formale rischia di produrre disuguaglianza reale: chi ha meno risorse paga più caro lo stesso tentativo.

4. La quarta è il mercato che rinasce. Il filtro non elimina la domanda privata: la sposta. Non più solo ‘corsi per il test’, ma tutoraggi, recuperi, pacchetti di supporto per colmare i debiti. Se l’università pubblica non offre accompagnamento gratuito e robusto, il privato torna a essere scorciatoia per chi può pagare.

Che fare allora? Prima scelta: chiamare le cose col loro nome. Il numero programmato va aggiornato e spiegato, non negato: potenziale formativo degli atenei e fabbisogni del Sistema Sanitario Nazionale devono guidare una programmazione pluriennale trasparente, altrimenti cambiamo solo il tipo di imbuto. E serve pubblicare dati completi (anonimi) su esiti, percorsi, recuperi e rinunce: senza evidenza, ogni riforma diventa tifoseria.

Seconda scelta, più controversa ma coerente: tornare a una selezione ex ante in stile Tolc (migliorata) può costare meno, socialmente, del filtro ex post. Una prova ripetibile in più finestre, con banca dati pubblica, materiali gratuiti e tutoraggio pubblico riduce l’effetto ‘sei mesi persi’ e rende più chiaro il patto: entri se sei tra i migliori rispetto a posti realmente disponibili. Il primo semestre torna ad essere ciò che dovrebbe: università, non anticamera a rischio.

In fondo, il punto non è ‘chi merita’, ma come lo Stato decide di distribuire una risorsa scarsa senza trasformare l’origine sociale in destino. Il merito, se non è accompagnato da condizioni, diventa una parola comoda. Per questo serve una valutazione indipendente dell’esperimento: non impressioni, ma evidenza.

Infine, la domanda che resta: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? Se la risposta è ‘più medici’, la partita è nella capacità formativa lungo tutta la filiera (tirocini, specialistica, strutture). Una politica che seleziona senza investire promette ciò che non può mantenere. La selezione è un patto di fiducia: quando le regole appaiono improvvisate, la fiducia si rompe. E senza fiducia, la vocazione diventa cinismo.

L'articolo Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? proviene da Il Fatto Quotidiano.




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