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“Papà voleva chiamarmi Benito, ho buttato soldi in hotel a cinque stelle e comprato 100 paia di stivali. Raoul Bova? Un santo, lo giuro”: parla Ricky Memphis

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“Mio padre voleva chiamarmi Benito”. Ricky Memphis non gira intorno ai ricordi, li espone così come sono, diretti e spesso spiazzanti. In una lunga intervista al Corriere della Sera, l’attore ripercorre la sua storia personale e professionale con la consueta ironia, parlando di famiglia, politica, soldi sperperati, amicizie celebri e di un rapporto complicato con se stesso.

Il racconto parte dall’inizio, dal nome: “Papà, che era un fascistone, voleva proprio Benito”, spiega. La madre, invece, scelse Riccardo. Decisero di affidarsi al caso, estraendo un bigliettino: “Lui barò: su nove bigliettini scrisse Benito“. Alla fine uscì Riccardo: “Un segno del destino. Ma lui mi chiamava lo stesso Benito“. Il padre morì in un incidente stradale quando Memphis aveva quattro anni. Un’assenza che, col tempo, ha lasciato segni profondi. “Da piccolo mi sembrava di non sentirne la mancanza. Crescendo mi sono ritrovato sempre più insicuro. La forza di una figura maschile mi sarebbe servita”. Il peso di quelle responsabilità precoci lo ha segnato: “Quando mia madre disse: ‘Ora sei tu il capofamiglia’, mi è salita un’ansia. Per me il mondo è diventato una guerra”. Anche il rapporto con le auto nasce da lì: “Avevo paura, le auto mi sembravano pericolose, letali. Mi ero convinto che sarei morto alla stessa età di papà, in un incidente. Dopo averli compiuti mi sono deciso”.

La carriera comincia con la poesia e poi con la televisione. Al Maurizio Costanzo Show arriva grazie a un articolo che colpisce il conduttore. “A Costanzo devo tutto. Se per caso gli stavi antipatico eri finito”. Con Claudio Amendola l’inizio è tutt’altro che diplomatico. “Pensavo fosse uno scherzo. Gli mandai un vaffa e gli riattaccai”. Amendola richiamò subito: “Vaffan…lo ce vai te. Comunque io sono davvero Amendola”. Da lì nasce un’amicizia e una lunga collaborazione, da Ultrà fino al ritorno insieme ne I Cesaroni. Per anni Memphis viene identificato con ruoli di borgata, il “coatto“: “Culturalmente vengo da lì, ma non mi sono mai sentito un vero coatto. Per esserlo devi essere molto sicuro di te e io non lo sono mai stato”. La politica, che da ragazzo era uno dei temi fissi, oggi non lo rappresenta più: “A votare ci vado, ma nessuno mi rappresenta”.

Poi c’è il rapporto con i soldi, arrivati tardi e spesi male: “Avevo la fissa degli alberghi a cinque stelle perché non me li potevo permettere”. Racconta di notti di lusso e di suite prenotate senza risparmiare: “All’Hilton prenotai la suite Napoleone“. Ma anche di acquisti compulsivi: “Ho comprato un centinaio di stivali da cowboy”. I più eccessivi? “Quelli in pelle di serpente, bicolori, neri che sfumavano in bianco sulla punta. Me li feci portare dal Messico”. Non nasconde neppure i suoi eccessi personali: “Bevo troppo e mangio troppo. Poi mi metto a dieta e fallisco”. Ha perso trenta chili, poi li ha ripresi: “Appena vedo i risultati mi dico: ‘Beh, mò famme magnà un po’”. Le sbronze? “Un milione”. Oggi però pone un limite: “Da quando ho figli è capitato una volta sola. Non voglio farmi vedere così”. Parla anche dei figli, Francesco e Maria, e del suo ruolo di padre: “Vorrei essere perfetto, ma sanno come sono. Gli dico di non bere e non fumare proprio perché io l’ho fatto”. Sulla religione è altrettanto netto. “Sono religioso, ma non sono un bravissimo cristiano. Pecco in ogni secondo della mia vita”.

Tra i rapporti più solidi c’è quello con Raoul Bova. Alla domanda sullo scandalo che lo ha coinvolto, Memphis risponde senza esitazioni: “Non penso niente e non dico niente. Solo che l’infamità della gente non ha più confini”. E aggiunge: “Lui è un santo, glielo giuro”. Lo descrive come incorruttibile anche quando era circondato dalle attenzioni. “Era corteggiatissimo, ma lui niente. Di ferro”. Infine, conclude con una riflessione: “Sono arrabbiato con me stesso. Avevo la sindrome dell’impostore. Avrei potuto fare meglio”. Nessun alibi. “Non posso dire che il cinema non mi ha capito. A me m’ha capito benissimo”.

L'articolo “Papà voleva chiamarmi Benito, ho buttato soldi in hotel a cinque stelle e comprato 100 paia di stivali. Raoul Bova? Un santo, lo giuro”: parla Ricky Memphis proviene da Il Fatto Quotidiano.




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