Si riapre il “caso Messina”: nuova inchiesta sull’omicidio Bottari, prof universitario ucciso 28 anni fa
Il “verminaio” di Messina, lo definì Nichi Vendola nel 1998 quando la commissione Antimafia sbarcò sullo Stretto denunciando una procura inerte. Adesso, a ventotto anni di distanza, si riapre ufficialmente il caso sull’omicidio di Matteo Bottari, il professore universitario ucciso a Messina il 15 gennaio 1998. La Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, ha deciso di tornare a indagare su uno dei misteri più fitti della storia cittadina, cercando un filo conduttore tra tre eventi tragici: l’esecuzione di Bottari, il delitto del guardiacaccia Epifanio Zappalà (avvenuto a Cesarò nel 2013) e il suicidio del professor Giuseppe Longo. Le nuove indagini sono state affidate ai Carabinieri, sotto il coordinamento del colonnello Lucio Arcidiacono, lo stesso che ha catturato Matteo Messina Denaro.
La notte del delitto: il “Caso Messina”. La sera del 15 gennaio 1998, intorno alle 21, Matteo Bottari — docente e chirurgo, legato alle famiglie più influenti dell’Ateneo, era genero di Guglielmo Stagno d’Alcontres e braccio destro del rettore Diego Cuzzocrea (padre di Salvatore Cuzzocrea, l’ex rettore accusato per il caso dei rimborsi gonfiati) — lascia la clinica Cappellani (all’epoca di proprietà dei Cuzzocrea) dove lavora. Mentre è in auto e parla al cellulare con la moglie, si ferma a un semaforo tra viale Regina Elena e viale Annunziata. Un sicario su uno scooter si affianca e spara un unico colpo di fucile. Bottari muore sul colpo. L’auto va a schiantarsi contro una saracinesca. L’omicidio scuote l’opinione pubblica, portando la Commissione Antimafia a Messina. Le indagini della commissione portano alla luce un intreccio di poteri opachi che viene ribattezzato “Caso Messina”.
Le piste del passato e i vicoli ciechi. Per anni, l’inchiesta si è concentrata quasi esclusivamente sull’ambiente universitario e ospedaliero. L’ipotesi più accreditata era quella del movente professionale: Si pensò a un contrasto per la gestione del Padiglione A del Policlinico. Il principale sospettato fu il collega Giuseppe Longo, che però dopo anni di battaglie legali venne scagionato e la sua posizione archiviata. Nel 2006, un altro filone d’inchiesta per favoreggiamento contro figure di spicco dell’Ateneo (tra cui un ex prorettore) si chiuse con la prescrizione. L’accusa era quella di aver taciuto o mentito per ostacolare la verità. E c’è un altro episodio rimasto senza chiarimenti, emerso da un’intercettazione: nel 2008 spuntò un audio registrato nel 2001 in un bar, in cui un imprenditore sembrava parlare del killer di Bottari e di un possibile errore di persona (“Non credete di aver sbagliato vittima?”). Ma anche in questo caso non se ne venne a capo, la guerra tra perizie sulla qualità dell’audio rese la prova inutilizzabile.
Le nuove indagini. Il punto di contatto tra i diversi fatti di sangue sembra essere proprio Giuseppe Longo, il gastroenterologo che fu accusato (e scagionato) per la morte di Bottari. Nel marzo 2013, a Cesarò, viene ucciso Epifanio Zappalà. Longo finisce sotto indagine a Catania per questo omicidio, come possibile responsabile. Pochi mesi dopo, il 20 luglio 2013, Longo si toglie la vita a Messina iniettandosi cloruro di potassio. Proprio il legame tra questi tre eventi — i due omicidi e il suicidio del medico — costituisce oggi il fulcro della nuova indagine della Procura di Messina.
A quasi trent’anni di distanza, la procura torna, dunque, a fare luce su una delle sue ferite più profonde e mai rimarginate della città. E su intreccio di potere che portò il presidente della commissione antimafia Ottaviano Del Turco a segnalare la stessa procura di Messina al ministero della Giustizia: “Temo che a Messina – commentò nel 1998 Del Turco – sia stato siglato un patto tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta per il controllo del territorio. C’è un filo invisibile che sembra legare i mondi della politica, dell’amministrazione, dell’economia”. C’è ancora? A questa domanda proveranno a rispondere D’Amato assieme alla procuratrice aggiunta, Rosa Raffa che si è già occupata del caso tra il 2006 e il 2009 e di quelle indagini – parlando con La Gazzetta del Sud un anno fa – ha detto: «L’intreccio di quei rapporti (tra poteri, ndr) ha costituito l’ostacolo fondamentale alla individuazione di un movente. Di volta in volta emersero causali, anche non gravi, talora contraddette da altri elementi, spesso sovrapponibili”. E ricorda di “avere provato, nettissima, la sensazione che per la comunità cittadina riferibile ai settori di interesse del professore Bottari, le indagini costituissero un problema, un’attività in cui i magistrati dovevano essere lasciati soli ad occuparsene”.
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