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Processo Spresal, a Ivrea la pm chiede cinque condanne e tre assoluzioni

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IVREA. Le tre richieste di assoluzione, forse, fanno più rumore delle cinque di condanna. In particolare quelle per i due imprenditori della Omp di Busano, Michele e Fabrizio Rosboch, di 81 e 52 anni, difesi dagli avvocati Gianluca Vallero ed Elena Corgnier, che la pm Valentina Bossi richiede per «insufficienza di prove». Erano imputati per un incidente sul lavoro occorso nel 2018, quando una brocciatrice tranciò un dito a un operaio, asportandogli un pezzo di falange. Infatti i corpi di reato - due perni locatori e un guanto - sono stati smarriti e ancora oggi nessun consulente delle parti né il perito del tribunale ha potuto stabilire con certezza l’origine dell’incidente. Molti propendono per l’usura dei perni, ma nessuno riesce ad affermarlo con certezza. Così la pm Bossi non ha potuto che chiedere l’assoluzione degli imprenditori, così come ha chiesto l’assoluzione per due tecnici della prevenzione: il 31enne Simone Gaida difeso dall’avvocata Marta Lageard (che uscirebbe così dal processo) e il 62enne Salvatore Orifici (a cui sono contestati anche altri episodi) per omissione d’atti d’ufficio in relazione al sequestro di 8 macchine alla Zerosettemec. Durante l’esame, Orifici, infatti, ha mostrato la notifica fatta a mano all’azienda, che la procura non aveva.

Per il resto sono state chieste 5 condanne: due anni e due mesi per Massimo Gai, 63 anni, per Orifici (avvocato Andrea Aliprandi) e Barbara Masseroni, 53 anni, (avvocato Paolo Campanale). Sotto processo anche due ex direttori dello Spresal dell’Asl/to4: Lauro Reviglione (avvocato Pio Coda), per cui sono stati chiesti 10 mesi, e Letizia Bergallo (avvocati Roberto Capra e Alessia Caserio), per cui la richiesta è di due mesi (era accusata soltanto di una perdita di corpi di reato per non aver dato indicazioni idonee).

La vicenda è complessa e riguarda un intervento su un infortunio sul lavoro dei tecnici Orifici e Fabrizio Romano (non imputato e testimone nel processo). Avrebbero dato il via libera all’azienda per lavorare, sotto l’obbligo di rispettare alcune prescrizioni per rimettere a norma il macchinario, con una relazione firmata però da Orifici e Reviglione, di cui Romano dice di non essere a conoscenza. Poi, però, nessuno avrebbe più controllato che le prescrizioni fossero effettivamente state attuate, stando alla ricostruzione della procura. Questo almeno fino al 2022, quando il fascicolo è finito sulla scrivania della pm Valentina Bossi, che ha chiesto conto allo Spresal dell’accaduto e ha ordinato un’altra ispezione del macchinario ai tecnici Masseroni e Gai. Dopo l’ennesimo via libera alla lavorazione la pm si è rivolta al consulente veneto Camata, secondo cui il macchinario non era a norma. È lui ad essersi accorto che nel fascicolo fotografico erano state allegate immagini di una macchina gemella (episodio contestato a Orifici, che si è difeso definendole «di contesto»). Allora sono state nuovamente sequestrate.

La pm Bossi ha sottolineato nella sua requisitoria «che è un procedimento che parte da un incidente sul lavoro non grave e poi assume dei contorni quasi grotteschi» e aggiunge che «non è mia intenzione fare un processo allo Spresal, ma il fatto che questa macchina viene restituita all’utilizzo è una cosa grave. Bisognava coprire la malefatta, la restituzione all’azienda». L’unico avvocato difensore a parlare, ieri in tribunale è stato Luca Fiore, che difende Massimo Gai: «Quello che emerge da questo processo non sono una serie di reati collegati all’infortunio, ma il fine di neutralizzare lo Spresal. Il grande assente è Fabrizio Romano, che ha un ruolo fondamentale ancor più di Orifici. Ha perso un fascicolo di cui era il primo assegnatario: ma a processo non c’è lui, ci sono i dirigenti dello Spresal. E poi ha avuto dinamismo all’interno di questo processo, di cui ha continuato a occuparsi anche se doveva tenersene alla larga, in quanto testimone».




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