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Cuorgnè, caso Maio: patteggia l’azienda, imprenditore va a processo

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CUORGNÈ

Il caso di Lorenzo Maio è tornato ieri in aula. A distanza di oltre quattro anni da quella mattina d’agosto che sconvolse Cuorgnè, il nome del giovane cameriere è riecheggiato di nuovo nel Tribunale di Ivrea, riportando dentro le carte giudiziarie una tragedia che, fuori da quelle stanze, non ha mai smesso di farsi sentire. Giovedì 15 gennaio, davanti al gip Andrea Cavoti, si è svolta l’udienza preliminare. Al termine, il giudice ha disposto il rinvio a giudizio dell’imprenditore Roberto Marchello, chiamato ora ad affrontare un processo pubblico. Prima udienza fissata per il 26 marzo, alle 9.15, davanti al giudice Tiseo.

Diversa la strada scelta dalla società coinvolta, I tre re, difesa dall’avvocato Alberto Bazzani, che ha chiesto e ottenuto il patteggiamento. Una decisione spiegata in aula come atto di responsabilità verso l’azienda e verso chi vi lavora.

«Vi sono dieci famiglie che dipendono da questa attività – ha sottolineato il legale – e la scelta è stata quella di salvaguardarne il futuro aderendo, come prevede la legge, al pagamento di una sanzione amministrativa. In questa delicatissima vicenda vi sono diversi profili da analizzare: c’è l’aspetto umano, che non è sicuramente secondario, e c’è l’aspetto giuridico sulle responsabilità». Richiesta accolta dal giudice.

La linea del datore di lavoro, difeso dall’avvocato Filippo Amoroso, ha optato per il rito ordinario. La difesa intende affrontare il dibattimento per chiarire ogni passaggio dell’inchiesta. In aula è stata ribadita la convinzione che la condotta dell’imprenditore sia stata «lineare e rispettosa di tutte le regole vigenti in tema di sicurezza sul lavoro, a partire dai certificati medici di tutti i dipendenti», contestando l’impianto accusatorio sulle presunte condotte omissive. Secondo la difesa, la tragedia non sarebbe riconducibile alle mansioni svolte, ma si sarebbe verificata «in occasione di un episodio slegato dalle competenze professionali della giovane vittima».

Parole giuridiche, misurate, che però non riescono – e forse non devono – ad attenuare il peso umano di ciò che viene discusso. Perché dietro ogni formula processuale resta la storia devastante di un ragazzo di 19 anni, morto dopo una reazione allergica dopo aver assaggiato un raviolo con gamberetti mentre stava lavorando. Resta l’immagine di una città che nell’estate del 2021 si fermò di colpo, di una chiesa colma, di una comunità che accompagnò Lorenzo con un silenzio rotto solo dagli applausi e dal volo dei palloncini. L’avvocato Amoroso ha infine spiegato che «la morte del 19enne resta una tragedia. Per la famiglia e per il suo titolare. Ma una tragedia non accaduta a causa del lavoro ma in occasione del lavoro».




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