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Pietro Orlandi: “Laura Casagrande fu l’ultima a vedere Emanuela, forse la vide salire su una macchina”

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«Le indagini aperte dalla Procura sull’ex allieva Laura Casagrande dimostrano che c’è la volontà di fare un passo avanti. Certo questa nuova indagata non porterà a tutta la verità ma è un tassello importante che potrebbe dirci chi possa essere stata la manovalanza di questo rapimento».

Pietro Orlandi, mentre si prepara per l’ennesima iniziativa in piazza, (il 24 gennaio in P. Risorgimento h 18), per la sorella quindicenne cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, con lo slogan “La verità sarà sempre più forte di chi vuole occultarla”, posto eloquentemente sopra il cupolone del Vaticano, ha risposto alle domande di Nuova Società, con diverse rivelazioni che mostrano un contesto alquanto positivo alla luce delle ultime novità delle tre inchieste in corso.

Partiamo su quanto dichiaratoci in esclusiva su Laura Casagrande

«Il fatto che questa ragazza (ora 57enne) sia indagata significa che c’è qualcosa che non va e non è una novità.  Negli anni sono emersi dubbi su comportamenti strani all’interno della scuola.  Ci si è convinti dell’esistenza di una persona che, consapevolmente o inconsapevolmente, sia stata usata e possa rappresentare un gancio tra Emanuela e i rapitori».      «Io non posso immaginare che una ragazzina di nemmeno 15 anni possa essere complice.  Penso che possa essere stata usata o che abbia visto qualcosa o sia stata minacciata. Io sono convinto che lei sia stata l ‘ultima persona che ha visto Emanuela e che abbia potuto vedere qualcosa di troppo: l’abbia vista salire su una macchina o abbia riconosciuto una persona. Qualcosa c’è ed è importante che la Commissione e la Procura stiano indagando sul ruolo, se ha avuto un ruolo, che questa ragazza potrebbe aver avuto in questa vicenda. Insomma c’è la volontà di fare un passo avanti».

I dubbi sulla telefonata

8 luglio 1983. A casa Casagrande arriva una telefonata. Una voce finto araba detta una sorta di comunicato.

Orlandi si dice colpito che la prima telefonata dei rapitori sia stata a casa Casagrande, affermando – «Il numero ce l’ha dato Emanuela, una prova che dimostra che sia in vita» –.  E la Casagrande confermò: «Si, l’ultimo giorno che ci siamo viste le ho lasciato il mio numero di telefono su un foglietto che Emanuela si è messa nei jeans».

Ma il fatto che maggiormente colpisce Pietro Orlandi è un altro: «Erano tempi in cui si parlava di terrorismo internazionale, (Agca, attentato al papa), quindi i presunti rapitori erano dei terroristi per tutta l’opinione pubblica. Mi ha sempre colpito che questi terroristi chiamino a casa della Casagrande, e la madre che fa?     dà il telefono alla figlia che ha meno di 15 anni.  Chiama la figlia a parlare con un terrorista. E lei tranquillamente compila due pagine sotto dettatura con un sangue freddo enorme, mentre sta parlando con un terrorista che ha rapito una sua amica!».

Commissione d’inchiesta: 40 sono troppi..

Orlandi vede in modo positivo il lavoro della Commissione d’Inchiesta con cui ha un rapporto sempre positivo, anche quando rileva criticità: «Ho dialogo. Certo non con tutti, ma con  quattro cinque persone (sui quaranta commissari e venti consulenti). Se si va poi a vedere sono sempre le stesse quelle che pongono le domande e che mostrano interesse a portare avanti i lavori. Mi riferisco al presidente, vicepresidenti e alcuni commissari. Secondo me quaranta commissari e una ventina di consulenti sono troppi».

Con il Vaticano non esiste dialogo

«Con il Vaticano non esiste dialogo. Loro cercano solo una verità di comodo e lo hanno dimostrato in più occasioni.   Ci sarebbero tante strade da percorrere ma vedo che stentano perché portano dove sono a conoscenza di tutto, mentre sarebbe molto più facile che dà dentro il Vaticano tirassero fuori tutto quello che sanno per operare quel grande salto che consentirebbe di arrivare al reale movente di questo rapimento».

E la Procura?

«Per quanto riguarda la procura di Roma sappiamo che c’è il segreto istruttorio, non dicono praticamente nulla, tranne per quanto emerso di recente sulle indagini sull’ex allieva della scuola di musica. Non porterà a tutta la verità ma potrebbe essere un tassello per dirci chi erano quelle persone che fisicamente presero Emanuela poi il passo più grande sarà quello dei mandanti».

La pista londinese

 Pietro Orlandi ha sempre ritenuto  la pista londinese come la più importante. Tutto parte da quei cinque fogli, con le note spese sostenute dal Vaticano per mantenere Emanuela dal 1983 al 1997 a Clapham Road nel convitto dei padri scalabriniani (pubblicate in un libro “Gli Impostori” del giornalista Emiliano Fittipaldi), e da altri carteggi.

Orlandi contesta il ricorso a una grafologa Sara Cordella che ha giudicato i documenti come falsi: «Non può valutare se un documento sia falso non avendo mai avuto l’originale, tanto più se ha solo visto delle fotocopie e degli screenshot ripresi da una tv. Sul fatto che affermi che le firme siano false si può essere d’accordo, ma ciò non toglie che il contenuto indicato sui cinque fogli possa essere vero”.

«Abbiamo più volte richiesto gli originali  se li avevano dentro la cassaforte ma non abbiamo mai avuto mai risposta. Io la pista di Londra non l’abbandonerò e non l’abbandono, perché dietro la pista di Londra qualunque sia c’è qualcosa legato alla verità»

Ma da dove arriverebbero questi documenti?

Mi furono dati da una persona che, secondo me, al 90% si spacciava per Vittorio Baioni, ex appartenente ai Nar.

In questa querelle londinese rientrerebbero anche l’esperta di comunicazione Francesca Chaouqui (commissione papale riordino finanze istituita da Papa Francesco) e il suo referente cardinale Angel Vallejo Baida, spagnolo legato all’Opus Dei, coinvolti in diversi contesti poco trasparenti (che il fratello di Emanuela ha sollecitato siano ascoltati in Commissione).

Orlandi insiste:

«Mi sembra strano che il fatto non sia stato approfondito dalla Procura e dalla Commissione, nonostante a Londra vi siano dei tasselli importanti e costanti in questi 42 anni. Io non dico che possa essere vero che Emanuela sia stata portata là, ma quei messaggi e quelle lettere significano qualcosa.  L’Inghilterra è sempre rimasta legata a questa vicenda dagli inizi».

I ritagli per le ricerche scolastiche ricordati da Ercole Orlandi

«Agli inizi i presunti rapitori mandavano comunicati riferendo delle particolarità di Emanuela, per far capire che l’avevano con loro (tipo che avesse sei nei sulla schiena).  In uno di questi si fa cenno ai ritagli e, a mio padre (messo pontificio), venne in mente come l’ultima cosa che le aveva chiesto Emanuela era di aiutarla con dei ritagli per una ricerca scolastica sull’Inghilterra».

Nei riferimenti che portano a Londra vi è anche la nipote del giudice Ilario Martella (titolare dell’inchiesta per l’attentato a Papa Wojtyla, fautore della pista bulgara) che viveva in Inghilterra e che fu minacciata di far la stessa fine di Emanuela.  Per Orlandi chi avanzava queste minacce, conoscendo dove questa giovane abitasse e il lavoro del marito, era a Londra

Orlanda passa poi a “Lupo solitario”. Un ex barba finta ora in pensione, legato ai servizi, che corrisponderebbe a quel Luigi Gastrini, che dichiarava di aver avuto un ruolo nel sequestro (o in un depistaggio): «Si dichiarava del Sismi e affermava che   Emanuela fosse stata portata a Londra, (in un manicomio n.d.r.), poi, accusato di autocalunnia, scappò in Tunisia. Io provai a contattarlo ma è mancato nel 2024 e nessuno lo aveva più cercato né interrogato».

Orlandi ricorda come la pista londinese riprese nel 2017, con quei  documenti del Vaticano, quei cinque fogli di note spese su Emanuela, alquanto discussi, che giunsero al giornalista Fittipaldi (ufficio affari economici).  C’è chi in questa querelle ha chiamato in causa Francesca Chaouqui. «Abbiamo più volte richiesto gli originali  se li avevano dentro la cassaforte ma non abbiamo mai avuto mai risposta. Io la pista di Londra non l’abbandonerò e non l’abbandono, perché dietro la pista di Londra qualunque sia c’è qualcosa legato alla verità»

La cassetta delle torture. C’è la voce di Emanuela

«E’ una cassetta che inizialmente avevamo messo da parte. L’aveva subito ascoltata e mio padre sottolineava come la frase “mi lasci dormire” le sembrava proprio un’espressione di Emanuela. Qualcuno nei giorni successivi rassicurò mio padre dicendo che si trattava di spezzoni di film porno, opera di qualche mitomane. Il 19 luglio la cosa era chiusa e fu rivista quando fu riaperta l’inchiesta, Ma oggi ti dico che quella frase ha la voce di Emanuela».

Una cassetta, tante versioni, tante voci e tanti tagli

«Sono parti diverse in cui potrebbero esserci le voci ragazze diverse. Un collage in cui secondo me è stata inserita la voce di Emanuela per dare credibilità al tutto. Questa vicenda mi ha molto colpita e sono andato in procura a cercare documenti. Gli analisti del Sismi hanno espresso che in quella cassetta vi siano elementi da far ritenere che la voce di Emanuela sia presente. (come nella frase “frequento il secondo liceo..”).  Non si tratta di finzioni  quindi vi sono persone che hanno subito violenze”.

“Una cosa terrificante”

«Uno della Digos che andò a ritirare la cassetta all’Ansa il 17 luglio 1983,  ascoltandola subito la definì una cosa terrificante, con gente che strillava urlava. Quelle voci maschili presenti mi colpirono e, nelle varie ricerche che ho fatto in procura, quell’ audiocassetta originale (con le voci dei torturatori, poi fatte sparire) non si è più trovata. L’ho cercata ma in Procura vi sono solo delle parti riversate su un cd.  Ve ne sono varie versioni (di tre, di sette minuti). Solo in una si sentono poche frasi e confuse con un accento romano.  Sono convinto vi fossero altre voci poi sparite.. tantissime voci, non solo tre..  Una cassetta sparita nel nulla nonostante le mie tante istanze».

E la voce di Accetti sulla cassetta?

«Non c’è la voce di Accetti».

Lei dice che non ci sia la voce di Accetti nella casetta delle sevizie però nel lato A, in cui viene letto un comunicato, lei stesso aveva dichiarato che la voce era quella di Marco Accetti? 

«Anche se forse dissi che poteva essere la sua voce ma poi sono stato smentito dagli analisti forensi».

Accetti ha avuto comunque un ruolo? “Solo nella vicenda Mirella Gregori”

E’ duro il parere di Pietro Orlandi cosiddetto uomo del flauto e quello delle rivelazioni sulla bara trafugata di Ketty Skerl che presto sarà audito in Commissione.

«Quello che penso e che pensano gli inquirenti è che Accetti abbia sicuramente avuto un ruolo sapendo molte cose. Io non gli ho mai creduto perché non ha mai portato un minimo riscontro alle sue dichiarazioni.

E ‘un uomo che se ha avuto un ruolo lo deve dimostrare. E’ stato ascoltato 13 volte e non so cosa farà con questa commissione.  Spero che gli faccia le domande giuste in modo che se non dimostra nulla non se ne parli più.  Sono 12 anni che il suo nome è legato a questa vicenda senza alcuna prova. Lui vuole stare al centro dell’attenzione e la Procura avrebbe dovuto metterlo sotto.

  Magari conosce personaggi che sono stati nella manovalanza per Emanuela, questo non lo escludo. Pietro ricorda come nei primi tempi una telefonata alla trasmissione “Telefono giallo” abbia condotto alla casa di Accetti. In cui il padre sconsolato avrebbe affermato “E’ stato quel deficiente di mio figlio”.

Pietro Orlandi aggiunge: «Potrebbe aver avuto un ruolo nella vicenda di Mirella e ha portato le sue “conoscenze” nella vicenda di Emanuela.  Il nome di Mirella Gregori appare il 4 agosto e nelle telefonate che da quella data partono per l’avvocato Egidio. Telefonate in cui si riscontrano delle similitudini per la voce». 

I casi Orlandi e Gregori sono legati?

«Non sono legati, ne è convinta la sorella Antonietta, ne sono convinti gli inquirenti».  Orlandi, da sempre contrario a questa ipotesi precisa:

Mirella sparisce il 7 maggio ma se ne parla solo dopo l’8 agosto. E in comunicato dei Turkesh che appare il nome di Mirella Gregori. E solo dopo le due vicende sono state viste insieme.  Come un caso di terrorismo internazionale. Per chiedere la grazia allo stato italiano (per Agca n.d.r.)

Accetti ha avuto comunque un ruolo? Solo nella vicenda Mirella Gregori

E’ duro il parere di Pietro Orlandi cosiddetto uomo del flauto e delle rivelazioni sulla bara trafugata di Ketty Skerl, che presto sarà audito in Commissione.

«Quello che penso e che pensano gli inquirenti è che Accetti abbia sicuramente avuto un ruolo sapendo molte cose. Io non gli ho mai creduto perché non ha mai portato un minimo riscontro alle sue dichiarazioni. Una persona che non ha voluto o che non ha mai potuto.  Io penso che abbia avuto un ruolo nella vicenda di Mirella.. Si è inserito poi in quella di Emanuela, visto la dimensione mondiale della vicenda, scrivendo delle lettere e facendo delle telefonate all’avv. Egidio.

Magari conosce personaggi che sono stati nella manovalanza per Emanuela, questo non lo escludo. Pietro ricorda come nei primi tempi una telefonata alla trasmissione “Telefono giallo” abbia condotto alla casa di Accetti. In cui il padre sconsolato avrebbe affermato “E’ stato quel deficiente di mio figlio”.

Spero che la commissione tiri fuori le domande giuste. E se non dimostra nulla non se ne deve parlare più. Non deve comportare perdite di tempo. Sono 12 anni che il suo nome è legato a questa vicenda senza alcuna prova».

Pista parentale: “c’ è la volontà di allontanare l’attenzione dal Vaticano”

«Si cerca di spostare l’attenzione su fattori che non hanno storia”. Non è un’indagine perché le indagini sono chiuse. Sono cose non vere» così Pietro Orlandi commenta quella pista che ha riportato  l’attenzione su Mario  Meneguzzi.  Lo zio, mancato nel 1997, che ebbe un ruolo nelle trattative della famiglia Orlandi. Meneguzzi è ora nel mirino di un’ipotesi investigativa, partita dal 2025  da parte della Procura di Roma, basata da carteggi vaticani,  avviate con delle perquisizioni nella sua villa di Torano vicino Rieti che per Pietro Orlandi non hanno portato a nulla.

«Una querelle che parte dal Vaticano,  prima ripresa da  Mentana nel 2013 e ora  da Giletti

 Orlandi punta il dito sul Vaticano: «E’ Diddi (Promotore di Giustizia del Vaticano ) che chiamò il procuratore Francesco Lo Voi (che riaprì le indagini nel 2023 sul caso Orlandi con indagini su possibili abusi subiti all’interno del vaticano  e su figure esterne).  Pietro respinge con decisione queste accuse che lo indignano profondamente per un caso che ritiene chiuso legato a una comunicazione risalente al 1978 della sorella Natalina sulle attenzioni dello zio, confidate ad un sacerdote.  «Hanno approfondito tantissimo ma non c’era nulla. Se Diddi  aveva dei dubbi su questa situazione, legata a quella famosa lettera che quel monsignore scrisse a Casaroli su quel racconto che gli fece mia sorella del 78, convocava mia sorellafaceva un’indagine. Invece no. Loro non hanno fatto niente di questo, hanno soltanto mandato questa notizia, hanno fatto esplodere quel caso, pur sapendo che ci sono le documentazioni che questa pista, la pista di mio zio, diciamo del parente, era stata approfondita nei  primi anni. Io lo so perché purtroppo c’ero. E’ stata approfondita tantissimo, hanno rigirato mio zio all’epoca come un pedalino, poi quando hanno capito che quel giorno non c’era, lui stava fuori, quando hanno stabilito che non aveva nessun ruolo fine, è finita, Queste cose le sanno. Loro si avvalgono le varie trasmissioni come Mentana, Giletti per il fatto che la maggior parte delle persone non può conoscere tutti i fatti avvenuti in 42 anni».

E con il nuovo papa?

«Con questo papa i segnali iniziali sono gli stessi del passato. Purtroppo non sono dei bei segnali, però io spero di essere smentito. Si comunque ho cercato di contattarlo e mi auguro che la loro coscienza sia toccata da questa situazione. Rappresentano il cattolicesimo mondiale di Gesù Cristo. I suoi insegnamenti si basano su due parole, verità e giustizia. Due parole che non sono mai riuscite ad oltrepassare quelle mura. E se vuole rappresentare Gesù Cristo deve portare avanti gli insegnamenti e quindi mettere in primis quei due principi fondamentali e, a quel punto, forse qualcosa uscirà fuori. Anche se questa verità sarà tremenda, io assicuro che i fedeli comprenderanno e potranno ripartire, perché se la verità non uscirà mai da loro e uscirà fuori da noi, non so come si metterà, perché vorrà dire che loro fino all’ultimo hanno voluto nascondere qualcosa.

 Dopo tanti anni, tanto impegno, speranze e delusioni vede ora emergere una conclusione?

«Io penso che non siamo lontani perché tre inchieste non possono concludersi tutte con un “non abbiamo trovato niente”. Non è possibile perché ci sono talmente tanti elementi che andrebbero approfonditi che non si può chiudere così, quindi sono convinto che la verità uscirà fuori».

L'articolo Pietro Orlandi: “Laura Casagrande fu l’ultima a vedere Emanuela, forse la vide salire su una macchina” proviene da Nuova Società.




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