Добавить новость
ru24.net
World News
Февраль
2026
1 2 3 4 5 6 7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28

“I file di Epstein sono horror. La politica parla soltanto a se stessa, ha smesso di ascoltare. Mia moglie mi chiede ‘Senza di me che faresti?’, le rispondo ‘uscirei con gli amici'”: così Federico Zampaglione

0

“Avevo pensato che quello del 2021 sarebbe stato l’ultimo disco. Invece ci sono cascato di nuovo”. A distanza di quasi cinque anni dal suo ultimo progetto, “Ho Cambiato Tante Case”, Federico Zampaglione e i Tiromancino sono tornati, “inaspettatamente”, a pubblicare musica inedita. Il nuovo album, “Quando meno me lo aspetto”, in uscita venerdì 6 febbraio, contiene undici tracce. La tracklist alterna momenti sociali, politici, ad altri più leggeri. Le sonorità, su tutte blues e rock (“con anche più chitarra del solito”), sono ben coerenti ed amalgamate sia con le tracce che con la passata discografia dei Tiromancino.

“Quando meno me lo aspetto” racconta la volontà (o forse sarebbe meglio dire la necessità) di fare un passo indietro rispetto ad “una società che si fa male”. La soluzione? Scomparire nel blues. Tiromancino canta anche della (e per la) moglie, l’attrice Giglia Marra. Ma non è tutto rose e fiori. L’artista, infatti, spiega nei pezzi il suo sentirsi, a volte, come un “cane vagabondo, perso dentro l’universo”. In occasione dell’uscita del disco, l’artista ha raccontato, a FqMagazine, sia la genesi del suo quattordicesimo progetto che il suo rapporto conflittuale col Festival di Sanremo (che “rimane un mio limite, mi mette ansia”).

Com’è nato “Quando meno me lo aspetto”?
Fa strano perché avevo pensato che quello del 2021 sarebbe stato l’ultimo. Invece ci sono cascato di nuovo. Credo che questo sia l’album più libero che abbia mai fatto, proprio perché siamo andati in studio con l’idea di non fare un disco, ma di registrare, immaginare, di buttare giù delle idee e di dare una forma più precisa a canzoni che avevo nel cassetto, ma che non sapevo bene che fine avrebbero dovuto fare. Quando mi sono reso conto che c’erano un buon numero di pezzi, ho fatto sentire i brani al mio amico e storico discografico Mario Sala, con il quale lavoriamo insieme da 26 anni. Gli ho mandato questi pezzi su WhatsApp, gli sono piaciuti e quindi li abbiamo pubblicati.

Canti di voler scomparire nel blues per allontanarti da “una società che si fa male”. In che modo si ferisce maggiormente?
In tanti modi diversi, come guardare la realtà in maniera bidimensionale, sempre in modo molto estetico senza andare in profondità. Siamo sempre proiettati a guardare, a scrollare dentro questi telefoni una quantità di informazioni spaventosa. Gran parte di queste informazioni sono false, poco attendibili. E il verosimile ti fa pensare, ti mette sempre in discussione, della serie “allora non vado bene, non sono adeguato”. Più che ricercare spessore dentro le cose, un significato vero, finisci per essere abbindolato da tutte queste luci impazzite intorno a te. E ti puoi fare molto male in questo senso perché c’è tanto bluff dietro a questo apparire a tutti i costi, dietro questo puntare tutto sui numeri. Sono una serie di cose che ti allontanano da te stesso, ti spersonalizzano. E poi ti senti solo, isolato. Questa è una delle cose più frequenti che può succedere. Si perdono i propri riferimenti perché ci si butta in questo mare magno di cose che finiscono poi per schiacciarti.

Perché scomparire nel blues?
Quella è una sorta di isola felice. Magari torno a casa con la testa piena di pensieri, mi metto sul divano con la chitarra a suonare il blues e sento che mi rendo immune per un attimo. Mi immergo in qualcosa che mi cura perché è una musica che dilata il tempo. Sul giro del blues ci puoi stare due giorni e non cambia niente. È un po’ la mia medicina per tutte le problematiche che ci circondano.

Oggi è un atto rivoluzionario non fremere per essere sotto ai riflettori?
Non farsi vedere anche solo per un attimo ed avere, di conseguenza, il tuo posto preso da un altro è la grande paura di oggi. Dico direttamente “prendete il posto mio”, perché ho trovato il mio equilibrio interiore nella vita in cui sto bene anche al minimo. Mi sveglio la mattina e sono contento di farlo nei miei panni. Non deve succedere qualcosa di travolgente, non mi devono arrivare notizie incredibili per stare bene. Mi basta essere quello che sono. Il mondo delle aspettative spesso ci distrugge. Se iniziassi a ragionare sulle aspettative di questo disco non sarei tranquillo e contento di essere qui, ma sarei estremamente angosciato. Piano piano mi sono concesso il lusso di non avere più aspettative né sulle persone, né sulle cose che faccio.

“Mentre un cretino dice putt****e in un talk show, vedo l’Italia prepararsi a un nuovo flop”, dici in “Sto da Dio”. Qualcuno si salva della nostra classe politica?
La politica, in questo momento, è un tema complicato perché sembrerebbe quasi che non vada di pari passo con la gente. È come se ormai fosse una realtà che parla soltanto a sé stessa, che ha smesso di parlare e di ascoltare le vere esigenze di chi si aspetta qualcosa.

In “Quando meno me lo aspetto” ti senti “come un cane vagabondo, perso dentro l’universo”. Da cosa nasce questo senso di smarrimento?
Vivere è come navigare e non sempre arrivi nel porto in cui vorresti. A volte stai nel mare aperto senza una meta ben precisa e quindi c’è questa immagine, un po’ cinematografica, notturna di Roma, con poca gente in giro. E in questo silenzio finisci poi per farti delle domande. Quello che cerchi soprattutto è te stesso e ti senti un po’ come un cane vagabondo. Un’immagine che io ho preso dal maestro Califano perché mi è sempre piaciuta l’idea del cane vagabondo che cammina dentro l’universo. Ti fa capire anche quanto siamo piccoli rispetto a tutto quello che abbiamo intorno e quanto è facile perdersi.

“Mi rituffo nella notte” è nata da una discussione con tua moglie?
È un brano ironico. Uno degli episodi più “leggeri” di questo disco, che di per sé è molto introspettivo. Una sera discutevamo e mi ha fatto la classica domanda “Senza di me che faresti?”. Le ho risposto, ho visualizzato, e mi sono visto sulla rubrica del telefono in stile Verdone “Che fate stasera? Usciamo?”. Le classiche cose che fai quando diventi single, che improvvisamente ricominci a uscire tutte le notti. L’ho messa un po’ anche per sorridere. Mia moglie, sul momento, se l’era presa e mi aveva detto “Ah ma allora non vedi l’ora di farlo!”. Però almeno è nata una canzone con uno stile un po’ anni ‘70 vagamente battistiano.

In “Gennaio 2016” parli di un amore che ti “permette di attraversare il buio”: qual è stato il tuo “buio”?
È stato quello della vita che ad un certo punto ti volta un po’ le spalle. Tutti noi dobbiamo essere pronti a quello perché i cicli della vita poi non sono mai uguali. Ci sono dei momenti in cui succedono delle cose impreviste e dove, magari, tutto quello che avevi ti viene tolto. Oppure vieni messo di fronte a un qualcosa che non ti aspettavi minimamente di dover fronteggiare. A volte questi eventi non sono positivi, come nel mio caso. Ci sono stati degli anni in cui tutto quello che avevo costruito intorno a me ad un certo punto è andato all’aria. L’ho dovuto gestire, ho dovuto trovare un po’ il coraggio anche di ammetterlo a me stesso. E poi ho avuto anche fortuna di conoscere mia moglie che in quel momento mi ha riportato ad una sorta di fiducia in me stesso.

Nel disco parli anche di società, perché?
Se si fa un disco oggi, non si può evitare di parlare anche della società. I temi in cui siamo finiti negli ultimi giorni vanno persino oltre l’horror. Parlo dei file di Epstein, di tutto quello che ci sta dietro e di tutto quello che non siamo riusciti a vedere ma immaginiamo. È una società molto difficile, a volte sbrigativa nell’arrivare a conclusioni, a giudicare e prendere posizioni. C’è una voglia di sentenziare, che fa parte un po’ di tutti ma che è spesso all’apparenza. È una società in cui ci si può perdere e dove si può entrare in conflitto anche con sé stessi. È un mondo che spesso non cerca l’essenza, e che invece punta a cercare qualcosa che ti fa sembrare in un certo modo.

È questa serenità acquisita ad averti spinto a fare un ulteriore disco?
È un disco nato come quando hai un figlio che non t’aspetti. Non c’è stata una progettualità di dire “adesso facciamo un disco” oppure “lo facciamo in questo modo”. È voluto nascere da solo e infatti, quando si è trattato di trovare il titolo, non poteva che essere questo.

Anche in questo progetto c’è il contributo di tuo papà. Com’è lavorarci assieme?
Mio padre è sempre stato un elemento della band a tutti gli effetti. Abbiamo scritto tantissime canzoni a partire dal 2004 con “Amore impossibile” poi più o meno in tutti i dischi c’è sempre stata la sua collaborazione. In questo caso “Gli alieni siamo noi” è un pezzo che ho scritto al telefono, in chiamata con lui. Ero al pianoforte, facevo gli accordi e papà mi diceva “possiamo fare così, possiamo mettere questo accordo…” e alla fine ci siamo ritrovati sul finire della telefonata con buona parte del pezzo. È presente anche in “Una vita”, che è un viaggio notturno della memoria.

A causa della società dell’apparenza, anche social, è peggiorata la musica negli ultimi anni?
Ci sono anche tante cose che oggi mi piacciono, altrimenti si fa di tutta l’erba un fascio. Vent’anni fa il numero degli artisti era molto più ristretto rispetto ad oggi. Più passa il tempo più si è allargato il panorama e quindi è anche facile che, aumentando tantissimo il numero di persone che fanno questo lavoro, aumenti anche il numero di persone che lo fanno male. L’altro giorno ascoltavo il disco di Kid Yugi e mi è piaciuto molto perché si sente che è un ragazzo che ha delle cose da dire. Racconta la sua realtà e lo fa in maniera onesta così come il disco di Franco126 e i progetti di Calcutta. C’è tanta roba in giro e, come in tutte le epoche, ci sono cose che resteranno nel tempo e cose che invece non resteranno.

L’approccio spontaneo che hai con la musica lo hai anche col cinema?
La musica la puoi fare anche in maniera isolata. Nel cinema connetti più persone ed è un lavoro, quello del regista, a volte molto mentale perché devi immaginare tutto. Devi selezionare e, dunque, esce fuori una parte un po’ più meticolosa. Quello del cinema è un lavoro più stratificato. Invece la canzone la suoni e magari ti rendi conto che ne hai scritta una in cinque minuti.

Ti è successo in questo disco?
“Gennaio 2016” è scritta in cinque minuti. Dopo l’abbiamo sistemata con Andrea Pesce. Nel cinema in cinque minuti, forse, puoi scrivere un soggetto, una bozza d’idea. Ma dopo diventa un lavoro infinito che passa per tante persone. Il cinema non è così rilassante sinceramente.

C’è uno di questi nuovi pezzi che hai o avresti candidato a Sanremo?
Sì, però ho un problema… Tutti gli anni faccio sempre la stessa cosa. Verso l’inizio dell’estate dico sempre “eh ma quest’anno bisogna andare a Sanremo”, saranno almeno 10-12 anni che lo faccio. Poi però più l’estate volge al termine e più vado in paranoia perché purtroppo la mia parte emotiva mi mette a disagio. Sono stato ormai tre volte al Festival. Nel 2000 con “Strade” fu un Sanremo un po’ sorprendente perché arrivammo secondi. Eravamo senza aspettative. Quello del 2008 fu catastrofico, andò male e, non a caso, c’erano aspettative molto più alte. Fu veramente tragico e mia madre mi fece fare una promessa, ovvero di non andare più a Sanremo perché, quando arrivavano i giorni della finale, ero sempre stressato. Mia mamma è venuta a mancare ma continuo ad avere il freno a mano tirato.

Lo scorso anno ti sei esibito, nella serata delle cover, con Willie Peyote.
Sì, ma Sanremo rimane un mio limite. Vedo giovani cantanti che vanno sul palco dell’Ariston come se niente fosse. Invece a me mette molta agitazione, mi viene l’ansia. L’anno scorso, con Willie, sono tornato però era una cosa diversa perché ero ospite. L’ho vissuto con uno spirito diverso però dovrei risolvere dei blocchi interiori. Quello è un palco difficile anche perché sai che tutti ti vedono e ti giudicheranno per quei tre minuti e mezzo. Se tu quel giorno canti male o hai una faccia che magari non è il massimo, sai che verrai ricordato per quello.

È il primo disco che affronti senza particolari pressioni?
Sì, perché due anni fa quando mi è successo quel casino (Tiromancino ha avuto alcune complicazioni in seguito a un intervento alla colecisti, ndr), ho rischiato la pelle, ho visto la morte in faccia e mi sono detto “però vedi com’è la vita”. Mi sento grato perché ci sono, perché sto facendo qualcosa che mi piace e già questo è sufficiente. Poi se la gente lo apprezzerà e se lo comprerà questo io non lo posso sapere. Non è neanche un periodo così facile per il mercato di dischi di artisti adulti.

Nel disco c’è solo una collaborazione. È una controtendenza rispetto al mercato?
Le collaborazioni dipendono molto dallo spirito. Se vengono fatte in modo più calcolato perdono un po’ il lavoro artistico. A me collaborare piace parecchio. Ho fatto più featuring nei dischi di altri. Ho collaborato molto anche coi rapper, negli anni ’90, quando ancora pochissimi cantautori lo facevano. È un genere che ho sempre amato e vissuto da vicino. Fa parte del mio bagaglio musicale, tant’è che lo ascolto anche adesso.

Stai collaborando molto con Franco126: cosa ti colpisce di lui?
Lo considero come un fratellino. Siamo pure vicini di casa, ci vediamo spesso. Il suo ultimo disco è molto sofferente e cinematografico. Se uno sta soffrendo per amore ha pane per i suoi denti. È uno degli artisti più importanti ed interessanti del nostro panorama. È migliorato anche molto vocalmente.

Con Franco126 hai scritto “Il cielo” mentre eri all’ospedale.
Ho scritto la prima versione del brano che ero lì. Franco126 lo ha ascoltato ed abbiamo modificato qualche parte del testo, facendolo diventare onirico.

Hai un nuovo film in lavorazione?
Adesso esce “The nameless ballad”, un thriller/horror ambientato nel mondo della musica e legato alle sue tensioni e problematiche.

Ad aprile inizierà il tour: cosa ci puoi anticipare?
Cominciamo nei teatri per poi arrivare in estate con un quartetto d’archi. Suoneremo anche le nuove canzoni pur mantenendo in scaletta lo zoccolo duro del repertorio. Sarà una tournée molto suonata sullo spirito di questo disco.

L'articolo “I file di Epstein sono horror. La politica parla soltanto a se stessa, ha smesso di ascoltare. Mia moglie mi chiede ‘Senza di me che faresti?’, le rispondo ‘uscirei con gli amici'”: così Federico Zampaglione proviene da Il Fatto Quotidiano.




Moscow.media
Частные объявления сегодня





Rss.plus
















Музыкальные новости




























Спорт в России и мире

Новости спорта


Новости тенниса