Onlyfans e esperienze di pre-morte: Fabio Bacà racconta il suo nuovo romanzo “L’Era dell’Acquario”
C’è una donna che lavora su Onlyfans, ma non è un romanzo sul sesso. C’è un ragazzo in sedia a rotelle, ma non è un libro sulla disabilità. C’è anche una morte misteriosa, ma non è un giallo. Per capire L’era dell’Acquario, terzo romanzo di Fabio Bacà edito da Adelphi, non si può fare affidamento solo sulla trama. È piuttosto un’esplorazione della psicologia umana, una ricerca della verità oltre i fraintendimenti e oltre le apparenze. Al cuore del libro c’è una domanda: quanto conosciamo davvero chi ci sta accanto? E soprattutto: quanto ci interessa conoscerlo?
Fabio Bacà racconta L’Era dell’Acquario – Il libro, diviso in quattro parti, coinvolge personaggi e ambientazioni che apparentemente non hanno nulla in comune. All’inizio seguiamo Chloe, che offre l’immagine del corpo sui social network e su Onlyfans. Ha appena compiuto 39 anni ma, giura l’autore, ne dimostra al massimo 28: ha perfino i glutei e i tricipiti di una ventottenne (né 27, né 29: proprio 28). La Milano in cui vive viene descritta con minuzia di riferimenti, indicazioni, nomi: non solo le vie e i locali, ma tutte le voci del menù dei ristoranti in cui mangia, perfino un esaustivo catalogo disseminato tra le pagine dei più costosi brand di lingerie internazionali.
Bacà la osserva da vicino, nell’intimità della sua casa quando si spegne l’onnipresente occhio dei social, indagandone le crepe e i segreti nascosti sotto il make-up e le luci, ma senza mai riuscire ad abbandonare davvero lo sguardo maschile. In un incontro con i lettori nella Milano frenetica e piovosa di Chloe, Bacà ha spiegato di aver tratto ispirazione da ragazze che gli erano “apparse nel feed” e in particolare da una content creator francese “bellissima, ma con qualcosa di triste nello sguardo”.
Un romanzo sul corpo, nell’era del digitale – E poi c’è Samuele, personaggio ispirato a un ragazzo “bellissimo, ma con dei danni psicologici irreversibili” incontrato dallo scrittore da adolescente. Anche il Samuele del libro ha una disabilità, ma è incredibilmente intelligente e disperatamente nichilista. Abbandonato dalla madre, è stato cresciuto da un padre single, Paolo, che crede poco nei miracoli e cerca di tenere insieme. Nei turbamenti della sua età, Samuele si chiede perché a scuola insegnino latino e geografia anziché una materia utile come “Elaborazione dei traumi adolescenziali da rifiuto sentimentale”. La sua educazione sentimentale, infatti, è complicata dalla malattia di Charcot-Marie-Tooth, che lo costringe sulla sedia a rotelle, da cui progetta di scappare con meticolosi progetti suicidi.
È il corpo il vero fulcro della narrazione: ciò che può fare, e ciò che non può fare. Ciò che può offrire, e quello che si ostina a negare. Il corpo che attira lo sguardo altrui, e talvolta lo spaventa. E non è un caso che, nell’era dell’IA e della simulazione iperrealistica delle immagini, il corpo sia tornato centrale nella narrativa: la prima linea tra noi e il mondo, trincea e rifugio. E non è neanche un caso che il corpo interessi così tanto a Bacà, che di mestiere fa l’insegnante di ginnastica posturale e il personal trainer (ergo l’interesse per i tricipiti femminili).
L’ossessione per la morte e la verità “sopravvalutata” – “Sono sempre le mie ossessioni a guidarmi – racconta durante la presentazione – in questo caso è la curiosità per la morte” a cui pensa da quando “aveva dodici anni”. La morte, che nel libro compare già dal prologo, si insinua nelle vite di tutti i protagonisti sia come desiderio che come anticipazione dell’aldilà, in un’esperienza di pre-morte. Ricorre nelle manie suicide di Samuele e nelle considerazioni di Chloe, che pensa di farla finita ma al tempo stesso vorrebbe restare bella per i paramedici e i soccorritori, e quindi esclude sia l’ipotesi di darsi fuoco, sia quella di gettarsi dal balcone.
Il mosaico di voci, pensieri e ricordi alla fine si ricompone nell’affresco di una famiglia disfunzionale (ma quale famiglia non lo è?) e nella ricerca di una verità a lungo sepolta. Il tutto sorretto dalla scrittura densa, brillante e vorticosa di Bacà, che tiene alto il ritmo narrativo nonostante il costante rischio di perdersi nella costellazione di riferimenti letterari, artistici e filosofici; nei rivoli di titoli di libri, canzoni, nomi e locali citati.
Durante la presentazione a Milano l’autore ha ricordato l’ammonimento di “avere pietà del lettore” ricevuto da esordiente ai tempi del premio Calvino. Una bussola che ha guidato il suo lavoro: grazie a un pizzico di ben dosata ironia e un lucido distacco, la scrittura di Bacà non inciampa mai davvero, e ci costringe a girare un’altra pagina, e un’altra ancora, prima di posare il libro. Insieme all’autore ci addentriamo nella mente dei personaggi, negli abissi che si portano dentro e che spesso somigliano ai nostri. La ricerca è più importante della soluzione perché, come scrive Bacà, “la verità è una questione sopravvalutata”.
Foto dell’autore di Ambra Cruciani
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