Venezuela, il giallo dell’ex ministro Alex Saab: arrestato a Caracas, scaricato dal regime e ora nel mirino degli Usa
Fonti degli organi di pubblica sicurezza a Caracas confermano a ilfattoquotidiano.it l’arresto di Alex Saab (foto) l’ex ministro dell’Industria venezuelana, che aveva vincolato la liberazione di Alberto Trentini al suo procedimento giudiziario a Roma, poi finito in patteggiamento. La detenzione risulta confermata anche da uomini della cerchia stretta di Saab, ma Palazzo di Miraflores non ufficializza ancora. La cattura dell’imprenditore colombo-libanese, classe ’71, per presunto “tradimento” e “corruzione”, fa parte delle richieste avanzate da Washington alla presidente ad interim Delcy Rodríguez. La contropartita: la concessione di nuove licenze a Chevron, Eni e altre compagnie petrolifere e ulteriori aperture Usa nei confronti di Caracas.
La Casa Bianca chiede l’estradizione dell’imprenditore ma il dossier non è pronto. C’è anche uno scoglio: la grazia concessa da Joe Biden, che il Dipartimento di Giustizia Usa punta a revocare dimostrando nuovi reati, come previsto dalla terza clausola dell’atto di indulto. A tale proposito sono state aperte nuove indagini, legate a vicende di corruzione tramite appalti governativi. L’idea di fondo è quella di trasformare Saab nel testimone chiave contro Nicolás Maduro (foto), sotto processo per “cospirazione” e “narcoterrorismo”. Negli ultimi due anni l’imprenditore è stato l’operatore finanziario di Caracas nel ruolo di ministro dell’Industria e della Produzione nazionale. Già nel 2011, verso il tramonto dell’era Hugo Chávez – forte dell’endorsement dell’ex guerrigliera Piedad Córdoba – Saab aveva gestito il programma di case popolari “Misión vivienda” e con l’arrivo di Maduro i suoi affari si sono estesi nel settore petrolifero, con contratti per oltre 1 milione di dollari, ottenuti dopo la caduta dell’ex presidente della statale Petróleos de Venezuela S.A., Rafael Ramírez.
L’arresto di Saab, riportato il 4 febbraio da Caracol, Reuters e il New York Times, è stato eseguito dal Servizio di Intelligence bolivariana (Sebin), in collaborazione con l’Fbi. Con lui è stato catturato anche l’imprenditore Raúl Gorrín. Entrambi sono scomparsi dal radar da allora: nessun tweet, né apparizione pubblica. L’unico tentativo di smentita era giunto dal legale di Saab, Luigi Giuliano, che bollava la notizia come “fake” e “sensazionalistica”. “Sta bene e si trova a Caracas”, aveva detto il legale – rientrato da poco a Roma – a Ilfatto.it, sostenendo di aver incontrato il suo assistito, che “non ha alcun problema con gli Stati Uniti”. Vox clamantis in deserto, quella di Giuliano, là dove il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, e il procuratore Tarek William Saab hanno dichiarato di non avere informazioni sulla vicenda. Eppure, in un primo momento, il procuratore aveva provato a smentire l’arresto, facendo poi un passo indietro. La linea della negazione aveva la finalità di alzare il costo politico della cattura e dell’eventuale estradizione di Saab, ma non ha avuto abbastanza seguito: persino gli alleati hanno preferito rinnegare colui che, nelle ore liete dell’era Maduro, chiamavano “hermano”.
Il mistero si infittisce anche intorno al luogo della detenzione dell’ex ministro. “È detenuto ed è ospite all’Helicoide, il centro di reclusione gestito dal Sebin”, dice l’ex procuratore Zair Mundaray, ma anche altre fonti qualificate a Ilfatto.it, sottolineando che Caracas “non rispetta lo Stato di diritto” e mantiene “persone trattenute o sottoposte a sparizione forzata, anche per mesi, senza convalidare l’arresto”. È quanto accaduto a Trentini nei primi sei mesi, per intenderci. Niente principio di legalità, quindi, ma un vero e proprio contrappasso: i vecchi metodi, usati contro le opposizioni, dirottati nei confronti del nemico interno. Ora i difensori di Saab non negano più l’arresto dell’ex ministro, ma ne parlano come una messinscena per compiacere gli Stati Uniti. In realtà la cattura dell’imprenditore è in continuità con la sua estromissione dal governo guidato da Rodríguez, la soppressione del suo ministero e il venir meno del Centro internacional de inversión productiva.
Ma non solo. Nella notte del 9 febbraio è stato arrestato anche Carlos Rolando Lizcano, amministratore di fiducia dell’imprenditore. Lizcano, che secondo alcune fonti si trova nel centro di detenzione del controspionaggio militare a Boleíta, ha gestito il programma alimentare Clap, partecipando all’ammanco di 350 milioni di dollari ai danni dello Stato venezuelano. Le purghe di Rodríguez sono appena iniziate, con più di trenta arresti nei primi 40 giorni di governo. Resta da decifrare la posizione di Camilla Fabri (foto), moglie di Saab e vice-ministra della Comunicazione internazionale, che non gode della stima dei fratelli Rodríguez. L’ultimo post su X è stato pubblicato il 4 febbraio – una foto nel corteo pro Maduro – e il più recente avvistamento pubblico risale al giorno 5, per ricevere migranti espulsi dagli Usa nell’ambito del programma di rimpatri Vuelta a la patria, facendo buon viso a cattivo gioco.
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