Le epidemie stanno colpendo l’esercito russo: si rischia un disastro sanitario nei prossimi anni
Naturalmente, questa conversazione è frutto di fantasia. In sostanza, però, si basa sulle notizie degli ultimi giorni e delle ultime settimane concernenti l’esercito russo
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Il brusio soffuso delle conversazioni e il tintinnio di posate d’argento riempivano l’aria del Circolo Militare Centrale di Mosca. In questo rifugio esclusivo – dove il prestigio imperiale dello storico Palazzo Saltykov esalta la solennità militare – i marmi alle pareti sembrano isolare gli occupanti dai fastidi del mondo esterno. Nella Sala Dorata, decorata in stile tardo-classicismo russo con linee sobrie ma eleganti, spiccano specchi d’epoca con cornici dorate, stucchi raffinati e applique in bronzo. Qui il Generale Sokolov si era appena congedato dai suoi commensali.
“Non ci credo! – mormorò Volodin – Non ha nemmeno guardato il libretto del conto. Per tutti i santi!”
Il deputato Gryzlov sollevò un pasticcino alla crema con la cautela di chi maneggia un detonatore, l’atmosfera ancora sospesa in una leggerezza conviviale. “Un atto di insubordinazione finanziaria senza precedenti. Boris, come rappresentante della fazione veterana, direi che la tua anzianità ti conferisce l’onore di questo privilegio patriottico”.
“La mia anzianità mi conferisce solo il diritto di essere sbalordito dalla tua sfacciataggine, Vyacheslav!” ribatté Zyuganov, mentre stappava con un colpo secco la bottiglia di vodka che attendeva nel secchiello del ghiaccio. “Io non pagherò che la mia zolletta di zucchero!” Il tappo volò via, rimbalzò su un vassoio di frutta esotica e finì dritto su un tavolo vicino, fra le risate generali.
Mentre i tre si lanciavano occhiate, rimescolando il caffè, e cercando di spingere il conto l’uno verso l’altro, Volodin scorse una figura che aveva appena varcato la soglia del salone, e si guardava intorno con aria leggermente smarrita. Richiamò la sua attenzione con ampi gesti. “Dottore! Rybakov! Qui!”. Il Colonnello Yevgeny Rybakov si avvicinò. Occhiaie profonde tradivano una stanchezza cronica.
“Presidente! Spero di non interrompere la degustazione di questo splendido dessert” disse, facendo un leggero inchino. “Dottore! Si sieda subito” esclamò Volodin, facendo cenno a un cameriere di portare un altro coperto. “Gradisce del tortino? Abbiamo appena aperto una bottiglia che merita attenzione”.
“Grazie – rispose Rybakov – Un po’ di vodka sarà perfetta. Aiuterà a dimenticare il freddo che ho ancora nelle ossa”. Gryzlov gli versò da bere, osservandolo con curiosità. “Siete appena rientrato dal fronte? Sperate di restare a Mosca per un po’? Come se la passano i ragazzi laggiù?” Rybakov strinse il bicchiere tra le mani come per scaldarsi e lo mandò giù d’un fiato. Il suo sorriso svanì lentamente.
“Volete sapere?” Fece una risatina amara. “Abbiamo un’emergenza sanitaria … Ma gli alti comandi spediscono anche i medici a combattere in prima linea! Ecco! La salute, la vita dei soldati, alla Patria, non interessa!»”. Gryzlov smise di tamponarsi una macchia di vodka sulla camicia. “Spiegatevi, Colonnello”.
Rybakov sospirò: «Poveretti! Le trincee sono ormai la loro unica casa: luoghi umidi, saturi di fango e dei detriti putrescenti della guerra. È un’esistenza antica e brutale. I topi sono ovunque, a decine; corrono sugli uomini mentre cercano di dormire, e si deve lottare con loro persino per una lattina di latte condensato. Le loro deiezioni sono ovunque, mescolate al fango; l’odore è così forte da far lacrimare gli occhi. Ma presto quel bruciore viene sostituito da qualcosa di peggiore: il sangue”. Fece una pausa, misurando l’impatto delle sue parole. La vodka cominciava ad infervorarlo. Poi riprese: “La chiamano ‘febbre del topo’; il vero nome è Febbre Emorragica con Sindrome Renale. La malattia, veicolata dalla saliva e dalle urine dei roditori, inizia con una febbre che molti ignorano. Poi arrivano vomito e dolori addominali così forti da piegare un uomo in due. I comandanti li accusano di pigrizia, minacciano di destinarli a cariche suicide, ma i soldati sono immobilizzati dal dolore. La pressione arteriosa crolla e il sangue inizia a colare dalle orbite, prima che i reni cedono definitivamente. Il Battaglione Akhmat è stato decimato da questa piaga”.
“E gli ucraini?!” chiese Zyuganov. “Certo, anche! Ma loro curano i soldati”. Volodin, leggermente a disagio, si agitò sulla sedia.
Il tono di Rybakov divenne ancora più cupo: “Il Ministero, per colmare i vuoti, arruola sistematicamente uomini affetti da Hiv ed epatite C. I reggimenti 1435 e 1436 sono composti quasi interamente da questi soldati. I casi di Hiv tra i militari sono aumentati di 15 volte rispetto ai dati pre-guerra. I soldati infetti indossano braccialetti o bende speciali per avvisare i compagni di non toccare il loro sangue”.
Rybakov continuò tutto d’un fiato: “Nei rari ospedali da campo mancano le forniture di base; le siringhe monouso vengono riutilizzate su più pazienti, accelerando il contagio. Dietro c’è la Strategia Wagner: reclutare malati, tossicodipendenti e criminali promettendo farmaci che non arrivano mai al fronte, usandoli come carne da cannone per esaurire le risorse nemiche o addirittura per infettare il nemico nel contatto ravvicinato”.
“Per fortuna – azzardò Zyuganov – abbiamo molte riserve…”. Rybakov guardò il deputato dritto negli occhi. “Il tasso di natalità nel nostro Paese è ai minimi storici, circa 1,41 figli per donna. E ora i soldati riportano a casa le epidemie. Migliaia di uomini infetti, che spesso non sanno di esserlo, torneranno dalle mogli”. Il medico si sporse in avanti. “In Russia, meno della metà delle persone affette da Hiv riceve cure. Stiamo piantando i semi di un disastro sanitario che durerà decenni”.
D’improvviso Rybakov tacque. Il silenzio nel circolo era ora assoluto. La bottiglia di vodka era vuota, i dolci finiti. “C’èst la guerre” sussurrò infine Volodin, guardando il decreto di mobilitazione accanto al conto non pagato: “Due milioni di potenziali vettori – pensò – per un’apocalisse interna”.
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