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Trump vuole trascinare la Nato nella sua guerra: “futuro negativo se non mi aiutano nello Stretto di Hormuz”

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Le tensioni nel Golfo Persico si trasformano in uno scontro politico con gli alleati occidentali dopo le nuove dichiarazioni di Donald Trump, che ha avvertito che la Nato potrebbe avere un «futuro molto negativo» se i partner non contribuiranno militarmente a mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.

Le parole del presidente americano arrivano mentre la guerra con Iran continua a destabilizzare una delle rotte energetiche più importanti del pianeta. Attraverso questo stretto transita infatti circa un quinto del petrolio scambiato nel mondo: qualsiasi interruzione del traffico marittimo ha effetti immediati sui mercati globali e sui prezzi dell’energia.

Secondo quanto riportato da fonti della stampa economica e politica statunitense, Trump avrebbe chiesto ad almeno sette paesi alleati di inviare navi da guerra per pattugliare la rotta e garantire il passaggio delle petroliere. L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca è creare una coalizione internazionale incaricata di proteggere la navigazione commerciale in una fase di forte escalation militare nella regione.

Finora, però, l’appello di Washington non ha prodotto risultati concreti. Diversi governi hanno evitato di impegnarsi direttamente in un’operazione militare che potrebbe trasformarsi in un coinvolgimento nel conflitto con Teheran. Tra i paesi che hanno già escluso l’invio di unità navali figurano Giappone e Australia, due alleati storici degli Stati Uniti e tra i principali importatori di petrolio proveniente dal Medio Oriente.

Il presidente americano ha rifiutato di indicare pubblicamente gli altri paesi contattati dall’amministrazione, limitandosi a sostenere che molti di loro dipendono fortemente dal greggio che attraversa lo Stretto di Hormuz. Ma la pressione esercitata sugli alleati — accompagnata dalla minaccia implicita di conseguenze per la Nato — rivela una strategia diplomatica sempre più aggressiva.

Nella lettura di molti osservatori, l’uscita di Trump rappresenta l’ennesimo tentativo di trasformare un’alleanza difensiva in uno strumento subordinato alla strategia militare americana. Il messaggio è chiaro: gli alleati dovrebbero assumersi i rischi di una missione navale in una delle aree più instabili del mondo, mentre la crisi è stata in larga parte innescata dalle scelte di escalation della stessa amministrazione statunitense.

L’approccio del presidente ricalca uno schema ormai familiare. Invece di costruire un consenso multilaterale attraverso la diplomazia, la Casa Bianca sembra preferire la logica dell’ultimatum: partecipare alla missione o affrontare accuse di scarsa lealtà all’interno dell’alleanza. È una dinamica che negli ultimi anni ha contribuito a incrinare i rapporti tra Washington e diversi partner europei e asiatici.

Nel frattempo, il nodo dello Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più pericolosi della crisi mediorientale. L’eventuale chiusura della rotta o un confronto militare diretto tra navi occidentali e forze iraniane potrebbe provocare uno shock energetico globale e allargare ulteriormente il conflitto.

In questo contesto, la difficoltà degli Stati Uniti nel costruire una coalizione navale racconta molto più di una semplice esitazione militare. Rivela soprattutto la crescente diffidenza di molti alleati verso una strategia americana percepita come imprevedibile e sempre più disposta a scaricare sui partner il costo politico e militare delle proprie scelte.

L'articolo Trump vuole trascinare la Nato nella sua guerra: “futuro negativo se non mi aiutano nello Stretto di Hormuz” proviene da Globalist.it.




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