Da Gaza al Libano fino all’Ucraina, i sacerdoti raccontano la Pasqua di guerra: “Celebrarla forma di resistenza più bella”
Don Carlo Giorgi, sacerdote della chiesa di “San Giuseppe” nel quartiere di Monot a Beirut, ha deciso che “celebrare la Pasqua è la forma di resistenza più bella”, nonostante i bombardamenti che arrivano da Israele. L’igumeno Arsenij Sokolov, che dal 2022 risiede alla comunità monastica di Bose in Piemonte, è voluto tornare in Siberia per vivere la Settimana Santa nella sua Terra, scossa da una guerra che dura da tre anni mentre don Slavik Bystrytskiy continua a non muoversi dalla sua parrocchia di Khmelnytskvj nell’Ucraina centro occidentale per essere accanto a chi soffre al fronte e ai rifugiati. E così padre Gabriel Romanelli, l’unico parroco cattolico in tutta la Striscia di Gaza, che ha patito con la sua popolazione e ora nella parrocchia della “Santa Famiglia” ha ricominciato a fare scuola, attività con i giovani, nonostante manchino sempre molti medicinali, l’acqua potabile, l’elettricità e gli aiuti umanitari.
È una Pasqua di guerra, di calvari, di croci. Tante. Quelle già viste e quelle che forse questi uomini di Chiesa dovranno ancora piantare per le vittime della Settima Santa. E non solo. A Gerusalemme, il simbolo della cristianità, il Santo Sepolcro è stato “martirizzato” da questo conflitto che non è solo di popoli ma anche di religioni. “Nonostante la guerra, si cerca di fare tutto come sempre, perché non si può vivere senza speranza e non si può rinunciare a vivere. È il senso della Pasqua: la vita è più forte della morte, il Signore della vita è il Dio di Gesù Cristo che non può che amare, il senso della vita non sono le armi, né gli eserciti, né il denaro. Celebrare la Pasqua è la forma di resistenza più bella, dire a tutti che esiste una logica che non è quella della forza. E che questa logica, che è quella di Dio, ha vinto la morte”, sono le parole di don Giorgi, contattato telefonicamente dal nostro giornale.
Forse qualcuno si ricorderà di lui quando era direttore della storica rivista Terre di Mezzo. Ordinato diacono dall’arcivescovo Mario Delpini nel Duomo di Milano, è diventato prete a Beirut, e vive da quasi dieci anni nella capitale libanese. Dall’inizio del conflitto la sua chiesa è diventata un rifugio per tutti i migranti provenienti dal sud: “Tutti, non solo i cristiani – racconta il prete giornalista – vivono una pressione molto grande oggi in Libano. In questi giorni piove di continuo: anche il tempo meteorologico sembra essersi accordato al sentimento generale di incertezza, tensione, tristezza, rabbia. La Pasqua cattolica, celebrata dai maroniti e da tulle le Chiese unite a Roma, sarà domenica cinque aprile, mentre quella ortodossa cadrà la domenica successiva. Avremo due settimane di celebrazioni e preghiere. Sono feste importantissime in cui tutti i cristiani sono coinvolti. Processioni pubbliche, celebrazioni con le chiese stracolme, visite ai parenti, dolci tipici che non possono mancare, a base di datteri e miele”. La vita oltre il terrore. Lo sottolinea bene don Carlo: “È un conflitto dove i popoli e le religioni sono usati, strumentalizzati per altri interessi, soprattutto economici. Alla fine, tra le vittime ci sono molti bambini e moltissimi innocenti. Conoscendo tante persone qui in Libano, vedo solo gente che vuole vivere in pace, lavorare, studiare se solo ne ha l’occasione. Come non capire che odio chiama odio e violenza semina violenza? Bisognerebbe andare a rileggere i discorsi pronunciati da Papa Leone XIV durante la sua visita in Libano, solo quattro mesi fa: profetici e risolutivi. Fermiamo le armi, disarmiamo i cuori. E che nessuno si illuda, diceva il Papa nel suo ultimo messaggio a Beirut, che la lotta armata possa risolvere qualcosa”.
Il sacerdote della chiesa di “San Giuseppe” non chiede aiuti materiali. C’è ben altro che serve in questo momento. Parla di “solidarietà della conoscenza”. Per spiegarsi lo fa con un esempio concreto: “In questi mesi sono nate diverse iniziative di gemellaggio tra Italia e Libano. Ne cito solo due: quello tra la scuola delle suore dei “Sacri Cuori” di Ain Ebel, villaggio cristiano a cinque chilometri dal confine con Israele, e tre licei pubblici di Milano, tra cui il “Boccioni”. I ragazzi si sono conosciuti online, grazie ai loro professori e adesso, nelle settimane di guerra, si sostengono, si tengono in contatto. Gli studenti di Ain Ebel sono sotto occupazione, il loro villaggio è stato bombardato, la scuola è chiusa, hanno perso tutto a iniziare dai loro sogni. Quanto è importante che sappiano che i loro coetanei italiani li pensano, sono al loro fianco, pregano per loro”.
A sostenere la propria comunità cristiano-ortodossa è anche l’igumeno Arsenij Sokolov che ha appena pubblicato per “La cittadella editrice” un libro dal titolo: “Il Giorno del Signore nei libri profetici”. Monaco e prete ortodosso, dal 1997 al 2013 è stato parroco in diverse realtà in Russia, Italia, Spagna e Portogallo. Dal 2014 fino allo scoppio della guerra contro l’Ucraina è stato rappresentante del Patriarcato di Antiochia a Damasco ma da allora vive a Bose. Siamo riusciti a contattarlo nel viaggio tra Kostroma-Jaroslavl e la Siberia dove è nato. “Grazie a Dio, la Chiesa non è solo la sua gerarchia; siamo tutti noi, milioni, decine di milioni di cristiani. Se rimaniamo fedeli a Cristo e al Vangelo, nessuna propaganda potrà attecchire nei nostri cuori”. Non sono parole ma pietre.
Sokolov ha scelto di trascorrere la Settimana Santa e la Pasqua della Resurrezione in una città siberiana che si chiama Abakan: “Nel 1990 quando, sotto il potere comunista, non esisteva alcuna comunità cristiana, noi giovani appena convertiti celebrammo la Pasqua in un fienile trasformato in chiesa e l’anno dopo in un cinema. Adesso in Siberia ci sono tante comunità cristiane. Spero che le guerre — in Ucraina e nel Vicino Oriente — finiscano presto. Per questo prego incessantemente”.
A Gaza, padre Gabriel Romanelli, il parroco che durante la rappresaglia israeliana riceveva ogni sera una chiamata da Papa Francesco, sa una cosa: “La croce è un passo necessario per la risurrezione. La nostra convinzione, la nostra fede è forte. Gaza continua a essere sul Calvario ma abbiamo la speranza che un giorno vedremo la luce della risurrezione”. Don Romanelli riceve centinaia di messaggi ma sceglie, in primis, di essere presente 24 ore su 24 per la sua comunità: “La mattina – racconta a ilFattoQuotidiano.it – religiosi e laici provano a mettere in moto la scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme, dove ogni giorno arrivano sempre più alunni. Sappiamo che è una goccia nell’oceano ma cerchiamo di fare del nostro meglio stando vicini sia alla comunità cristiana come ai musulmani, la maggior parte della popolazione di Gaza. Tutti hanno bisogno di tutto”. Domenica scorsa sono tornati a celebrare anche la domenica delle Palme ma non è stato facile: “Abbiamo cercato di mettere delle palme sulla croce allestita sul tetto della chiesa ma abbiamo desistito appena sono arrivate le prime schegge. Era troppo pericoloso. Con quel gesto – aggiunge il prete – volevamo solo dire che le palme sono segno di pace su Gaza, su tutta la Palestina, la Cisgiordania, Israele, per tutti”. A Gaza, la situazione resta grave ma questi sono giorni in cui tutti provano a vivere il senso della festa: “La comunità musulmana ha da poco concluso il Ramadan; noi stiamo vivendo la Settimana Santa e nei prossimi giorni sarà la volta toccherà degli ortodossi”. Gli occhi degli abitanti di Gaza sono rivolti a Gerusalemme: “Quanto è accaduto al cardinale Pizzaballa è molto triste ma siamo lieti che si sia arrivati a ristabilire il diritto di pregare a nome di tutta la Chiesa e accanto al sepolcro vuoto del Signore Gesù”.
Anche nella parrocchia di don Slavik, vicino a Leopoli, sarà Pasqua nonostante gli allarmi e il coprifuoco. “La sofferenza da sempre è motivo di scandalo ma crediamo ancora in Dio. La tentazione – in alcuni momenti – di chiedere dove sia il Cristo c’è ma siamo stati chiamati a vivere in questo tempo. Certo, è difficile affidarsi ancora all’umanità. In Ucraina, c’è chi è deluso da Volodymyr Zelens’kyj e chi ancora lo sostiene, chi è affranto per l’atteggiamento degli Stati Uniti e chi si sente persino colpevole di ciò che sta accadendo. Non dobbiamo cedere alla stanchezza”. Il sacerdote pensa ai suoi parrocchiani che sono al fronte: “Mi chiedono medicine, ruote per le auto, generatori elettrici…spero ancora nella pace ma per noi questa parola non significa accettare le condizioni di Putin”.
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