La ricerca universitaria implica il rischio di concludersi nel vuoto. Ma l’Italia non accetta questa possibilità
di Marco Isaia
Qualche anno fa partecipai a due bandi universitari per insegnante ricercatore in altrettanti atenei del nord Italia. Dipartimenti di indubbia eccellenza che restano un riferimento a livello nazionale. Su previa selezione dei titoli e conseguente convocazione del dipartimento, mi presentai dunque al concorso per sostenere la prova, discutere diplomi e illustrare un percorso accademico svolto principalmente all’estero.
Un’ingenua sorpresa mi colse quando ad un bando, credo decisamente ambito, ci presentammo in due. Io e l’altro. L’altro, con una decina d’anni in più di me e anche lui, vedendomi in sala d’attesa, con una certa sorpresa dipinta in volto. La prova fu estremamente bizzarra. La commissione per iniziare, non senza una certa gentilezza, mi chiese da dove venivo e cosa ero venuto a fare. Non afferrai. Di fatto ero stato convocato dalla loro segreteria e l’ateneo di provenienza del dottorato era stampato nel dossier. Inoltre, si trattava di un concorso pubblicato sul sito del Miur. Appurata dunque la mia innocuità, dopo una serie di complimenti e riverenze sul percorso accademico e sulla giovane età (sic), mi spiegarono con immensa benevolenza che la produzione scientifica presentata non era al livello dell’altro candidato. Triste ma sacrosanta verità. Avevo in effetti meno pubblicazioni rispetto al collega.
Strinsi mani, salutai e tornai a Parigi dove già insegnavo. L’anno seguente riprovai. Altrove. Mi ritrovai di nuovo in una sala d’aspetto a condividere l’ansia dell’attesa con una collega. Una sola. E questa volta la sorpresa non c’era più. Si era trasformata in vergogna di essermi presentato. Come l’anno precedente l’altro candidato aveva più pubblicazioni, più congressi, più titoli. Come l’anno precedente l’altro candidato aveva sostenuto tesi magistrale, tesi di dottorato, organizzato convegni con il direttore del dipartimento. Come l’anno precedente, l’altro candidato vantava un ricco elenco di articoli scritti in collaborazione con, in primo o secondo autore, il direttore di dipartimento. Scoprii l’acqua calda e certo ne rimasi deluso, ritornando da dove ero partito.
Ora, la questione che vorrei portare in evidenza non tratta tanto del clientelismo o della connivenza implicita delle quali soffre atavicamente il nostro paese e l’università in generale in quanto luogo di potere. In misura senza dubbio diversa, accade infatti la stessa cosa all’estero. Mi limiterò quindi a sottolineare una banalità. Per fare ricerca, per produrre ricerca e non una sterile riproduzione di concetti uguali indefinitamente a se stessi perché in fondo frutto della stessa mente, dello stesso narcisismo, occorre accettare di perdere qualcosa. Nella ricerca, in un qualsiasi percorso di ricerca si deve accettare la possibilità di perdere qualcosa. Dall’inizio. Una ricerca è tale, e quindi ha la potenzialità di innovare, solo se si accetta preventivamente che possa non rendere nulla. Gioie e dolori di questa attività. Conditio sine qua non, una ricerca deve avere la possibilità di concludersi nel vuoto o in un prodotto non sfruttabile. In altre parole, investimenti, soldi e tempo possono essere bruciati senza ritorno utile. Trattasi di un’eventualità estremamente concreta.
Il problema dell’università italiana parte allora proprio da qui. Per una non meglio precisata ragione, esiste un rifiuto categorico ad accettare quest’eventualità. Il prezzo che nasce da questo rifiuto è un rincorrere concetti di altri senza produrne di nuovi. Se i ricercatori italiani vanno all’estero non è perché sono più bravi (dolciastro e controproducente leitmotiv), è semplicemente perché la ricerca si nutre di alterità, di pensieri autenticamente diversi, di confronto e dialogo con altri. Le università estere sembrano meno malate di questo rifiuto e quindi accolgono con un certo entusiasmo la nostra alterità, dandole quindi modo in qualche caso di svilupparsi in ricerca. Al netto dei finanziamenti, è di un credito di fiducia che siamo in penuria nel nostro paese.
Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.
L'articolo La ricerca universitaria implica il rischio di concludersi nel vuoto. Ma l’Italia non accetta questa possibilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
