A Netanyahu la tregua con Hezbollah va di traverso: “Scioccato da Trump” che vieta gli attacchi al Libano
“Gli Stati Uniti glielo VIETANO. Ora basta”. Con questo post sul suo social Truth, utilizzando non a caso lettere maiuscole, il presidente Donald Trump venerdì pomeriggio ha fatto sapere di aver imposto all’omologo israeliano Netanyahu una interruzione delle operazioni militari in Libano. Come spesso accade, a qualche ora di distanza dalla pubblicazione di questa dichiarazione Trump, parlando con i giornalisti sull’Air Force One poche ore fa, ha corretto i toni e se da un lato ha ammesso che con Bibi Netanyahu non sempre sono concordi sulla lettura della crisi del Medio Oriente, si intendono comunque perché “hanno divergenze su alcune questioni, ma è stato un buon partner; ha fatto un buon lavoro”. Ma tanto è bastato, riporta Axios, perché Netanyahu e i suoi consiglieri rimanessero “scioccati”.
Del resto la “direttiva” emanata su Truth dal tycoon è in contraddizione con i documenti ufficiali del Dipartimento di Stato pubblicati appena 24 ore prima; in questo dossier si diceva che la cessazione delle ostilità “non deve impedire” il diritto di Israele di adottare le misure necessarie per autodifesa contro “attacchi pianificati, imminenti o in corso”.
E qui si arriva al punto: ad Axios, il media che copre in modo capillare gli eventi del Medio Oriente, un funzionario americano che ha preferito restare anonimo ha chiarito che la tregua di dieci giorni tra Israele e Libano riguarda solo le “operazioni offensive” di Tel Aviv, dunque, Israele mantiene il diritto di reagire ad attacchi o minacce portate da Hezbollah, il partito-milizia foraggiato dal regime degli ayatollah iraniani.
Insomma, cessate-il-fuoco sì, ma con distinguo; tanto che Netanyahu, ha tenuto a precisare, anticipando il messaggio di Trump, che “una mano impugna un’arma; l’altra è tesa verso la pace”, e che Israele stava “offrendo l’opportunità al governo libanese di promuovere una soluzione diplomatica e militare congiunta”.
Ricordando che dal 7 ottobre 2023 – giorno in cui Hamas ha firmato il massacro di cittadini ebrei con l’attacco a kibbutz e al festival Nova provocando 1.200 morti – Israele ha eliminato la minaccia di infiltrazione e di fuoco anticarro da parte di Hezbollah, neutralizzando circa il 90% del suo arsenale missilistico, lo Stato ebraico fa capire che intende tirare il freno a mano ed attendere gli sviluppi.
Dunque, la partita tra l’Idf e Hezbollah non è affatto chiusa, e l’imposizione della tregua arrivata da Washington è solo l’ultimo episodio di un rapporto complicato tra Trump e Netanyahu. Interrogativi sulla sintonia tra i due leader erano emersi in modo prepotente a fine marzo, quando l’aviazione israeliana aveva preso di mira il giacimento di gas di South Pars, innescando la reazione di Teheran su altri Paesi dell’area. Durante un incontro nello Studio Ovale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi, Trump aveva detto in modo esplicito “di non essere d’accordo né di approvare” l’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo:”Gli ho detto: Non farlo”. Aggiungendo poi: “Andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato, ma ogni tanto fa qualcosa. E se non mi piace, allora non lo facciamo più”. Stavolta le parti sembrano invertite: a Netanyahu non piace questa tregua forzata con Hezbollah, tanto da dire solo poche ore prima che l’alleato americano inviasse il suo messaggio: “A dire il vero, non abbiamo ancora finito il lavoro”.
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