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“In Australia facevo il lavapiatti e oggi sono proprietario di tre ristoranti. In Italia sentivo di non avere un futuro”

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Nel 2013 è salito su un aereo con un biglietto di ritorno in tasca e duemila euro sul conto. Oggi, tredici anni dopo, Matteo Piccardi, 44 anni, vive nella Central Coast australiana, a un’ora e mezzo da Sydney. Ha tre ristoranti, un tour operator che collega l’Australia alla Toscana e una famiglia costruita dall’altra parte del mondo. “Sono partito per sei mesi, con uno student visa. Dovevo studiare inglese e potevo lavorare solo 20 ore a settimana. L’idea era fare un’esperienza e tornare”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non è andata così. In Italia Matteo aveva un lavoro stabile. Era direttore di un villaggio turistico a Roma, responsabile del campeggio e di tutto il comparto food & beverage. “Avevo un buon stipendio, una posizione solida. Ma le stagioni invernali erano morte e sentivo che il futuro non era così promettente”.

Nel 2010-2011 la crisi mordeva e lui, grazie ai contatti con clienti australiani conosciuti al villaggio, decide di partire. L’arrivo a Sydney è uno shock al contrario: da direttore a lavapiatti. Dopo tre mesi però, il ristorante per cui lavora gli offre la sponsorizzazione: contratto da manager per quattro anni, visto legato al datore di lavoro, strada aperta verso la permanent residency. “In quel momento mi sono trovato davanti a un bivio: tornare in Italia, dove mi richiamavano, o restare qui. Ho rischiato. Ho lasciato tutto e sono ripartito da zero”. Quando arriva nel 2013 paga 220 dollari a settimana per una stanza. Guadagna 18 dollari l’ora per circa 30 ore: circa 600 dollari settimanali, 400 netti dopo l’affitto. Oggi quella stanza costa 300 dollari, ma il minimo salariale è salito a 30-35 dollari l’ora. Nel 2016-17 arriva la residenza permanente. Matteo inizia a mettere da parte i primi risparmi veri. “Non mi sono mai fatto mancare niente, ma riuscivo anche a risparmiare”. Con la residenza fonda il suo primo business, un tour operator chiamato “Toscany Untouched”: porta australiani e americani in Toscana per esperienze private. Per qualche anno vive sei mesi in Italia e sei in Australia. Poi arriva il Covid e tutto si ferma. “È stato un momento chiave. Il mio lavoro si è fermato, ma il governo mi ha dato 25 mila dollari di sussidio e 700 dollari a settimana finché non avessi trovato altro”.

Matteo però non vuole restare sul divano. “Non mi sentivo soddisfatto a prendere soldi senza fare niente”. Nasce così, quasi per gioco, “Il Toscano”. Un menù pubblicato su Facebook: lasagne, gnocchi, cantucci, crostate. Cucina da casa e consegna tre volte a settimana. “La pagina è esplosa. Non me l’aspettavo”. Con l’aiuto della moglie, conosciuta nel ristorante in cui lavorava, apre una piccola bottega. Oggi, nel 2026, ha tre locali nella Central Coast e una reputazione costruita sulla parola “autenticità”. Autenticità che, dice, non è uno slogan. “Non è avere il cuoco italiano. Io ho anche un ragazzo nepalese, ma l’ho formato io. L’autenticità è nel prodotto”. Ogni anno importa litri di olio dalla Toscana, seleziona vini italiani, materie prime certificate. “Quando sono arrivato qui mi sono trovato davanti a carbonare con panna e funghi, spaghetti con le polpette. È una questione culturale: per loro quella è cucina italiana”. Cambiare questa percezione richiede tempo. “Se gli dai la carbonara vera con uovo e guanciale, te la tirano dietro. Ma piano piano si stanno educando”.

L’apertura dei ristoranti, rispetto all’esperienza romana – un locale durato un anno tra difficoltà e ostilità – è un altro capitolo di differenze. “In Australia l’iter non è semplice, ma è chiaro. In un mese, se tutto va bene, hai permessi dal comune e dall’ufficio igiene. Ho sentito supporto, non ostacoli”. Anche la gestione è digitale: un’ora e mezza a settimana per la contabilità di quattro attività, tutto telematico. “La commercialista mi costa 200 dollari l’ora, un avvocato 500. Ma li uso poco, perché il sistema è semplice”. Non tutto, però, è perfetto. Sulla sanità Matteo è critico. “Funziona, ma in modo diverso. Non esiste il medico di base come nel mio paese in Toscana. Per un raffreddore devi prenotare, vedere un dottore che non ti conosce”. Una Tac può costare 450 dollari, una pulizia dei denti 200. “Un po’ di preoccupazione ce l’ho. Vorrei un medico che conosce la mia famiglia”. L’accordo tra Italia e Australia garantisce copertura iniziale tramite Medicare, ma il modello resta distante da quello a cui era abituato.

Ma cosa consiglierebbe oggi Matteo a giovane ristoratore italiano che volesse imitarlo? “Non bruciare le tappe. Non arrivare pensando di aprire subito un ristorante. Parti da lavori umili, accumula esperienza, capisci la cultura”. E soprattutto: umiltà. “Se fossi arrivato con l’arroganza di fare il direttore, dopo quattro mesi sarei tornato a casa”. Sull’idea di tornare in Italia è netto: “Non sarà mai un capitolo chiuso, ma non tornerò a viverci”. L’Italia oggi è vacanza, famiglia, memoria. “Mi mancano gli amici, il concetto di amicizia che abbiamo noi, le piccole cose”. Ma la scelta non è in discussione. “Qui c’è senso di aiuto tra le persone, meno gelosia, più supporto. Se uno fa successo, gli altri si congratulano”. Tre case di proprietà, tre ristoranti, un tour operator, una bambina di tre anni. “Ho raggiunto obiettivi che mi ero messo in testa e qui ho potuto realizzarli. Non so se in Italia sarebbe stato possibile”. Una scommessa vinta, iniziata con un visto da studente e un biglietto di ritorno che non è mai stato usato.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

L'articolo “In Australia facevo il lavapiatti e oggi sono proprietario di tre ristoranti. In Italia sentivo di non avere un futuro” proviene da Il Fatto Quotidiano.




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