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Lo staff che lo esclude nei momenti più delicati, le crisi nervose e i post fuori controllo: il retroscena su Trump del Wall Street Journal

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Offese e messaggi improvvisati pubblicati a ruota libera, esplosioni di rabbia, urla contro i collaboratori e un interesse maggiore per la costruzione per la sala da ballo nella West Wing e la sua raccolta fondi rispetto alla crisi internazionale in Medio Oriente. Il Wall Street Journal pubblica un ritratto impietoso del Capo della Casa Bianca, sempre più incontrollabile e intrappolato in un conflitto di cui, al momento, non si intravede la fine. Pur mostrandosi spavaldo e aggressivo, riporta il quotidiano finanziario, è stato allontanato dalla stanza dei bottoni nei momenti più delicati del conflitto in corso, visto che i suoi collaboratori temevano che il suo stile e la sua impazienza avrebbe complicato un’operazione già delicata, quella per le forze armate di mettere per la prima volta piede in Iran dalla crisi degli ostaggi. Terrorizzato all’ipotesi di inviare truppe sull’isola di Kharg sebbene gli fosse stato assicurato che la missione avrebbe avuto successo, il commander-in-chief temeva un bagno di sangue e si è spinto fino a dire che i soldati americani sarebbero stati “anatre da tiro” sull’isola.

Il momento di massima tensione è stato toccato durante il fine settimana di Pasqua. Il Venerdì Santo, l’abbattimento di un aereo americano con due aviatori dispersi ha innescato nel Presidente una crisi nervosa durata ore. Secondo i suoi collaboratori, Trump non era solo furioso per l’inefficacia degli alleati europei o per l’impennata del prezzo della benzina (giunto a 4,09 dollari), ma era letteralmente ossessionato dal precedente storico di Jimmy Carter. Il ricordo della crisi degli ostaggi del 1979 e il fallimento dell’operazione di salvataggio “Eagle Claw” — che costò a Carter la rielezione — agiscono come un monito costante. “Un disastro”, lo ha definito Trump, terrorizzato dall’idea che un fallimento simile possa segnare la fine del suo potere. Nonostante l’impazienza del Presidente, che chiedeva un intervento immediato ignorando le difficoltà tecniche di un’estrazione in territorio nemico, i suoi consiglieri hanno scelto di tenerlo ai margini della sala operativa. Una mossa strategica per evitare che la sua impulsività ostacolasse i delicati aggiornamenti minuto per minuto. Solo nella tarda serata di sabato, con il recupero del secondo pilota, Trump ha potuto tirare un respiro di sollievo, evitando quello che sarebbe stato il punto più basso della sua amministrazione. Trump è apparso preoccupato con i suoi consiglieri anche di alcuni dei suoi messaggi pubblicati su Truth, soprattutto quelli con insulti e riferimenti ad Allah, nessuno dei quali era parte di piano per la sicurezza nazionale: tutti i post – ha spiegato fonti della Casa Bianca – erano un’improvvisazione del presidente. Quando alcuni all’interno dell’amministrazione lo hanno incalzato sul messaggio sulla distruzione della civiltà iraniana dopo aver ricevuto lamentale da senatori repubblicani e leader cristiani, il presidente ha spiegato che il riferimento ad Allah era stata una sua idea personale e che lo stile aggressivo era usato perché l’Iran capisse. Poi in segno di esitazione aveva chiesto: “Come sta andando?”. L’Iran aveva bollato la sua minaccia come inaccettabile e non è noto come abbiano risposto i collaboratori alla sua domanda.

Tuttavia, la tregua psicologica è durata poco. Trump è andato a letto alle 2, ma “sei ore dopo, tutto fiero di sé, è tornato con un’altra audace mossa per allentare la presa dell’Iran sul suo punto di leva più potente, lo Stretto di Hormuz. “Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno“, ha tuonato sui social media la mattina di Pasqua dalla residenza della Casa Bianca, aggiungendo una preghiera islamica al post”. Un mix di insulti volgari e riferimenti religiosi (“Lode ad Allah”) per intimare all’Iran di riaprire il passaggio. Ai collaboratori che chiedevano spiegazioni su un linguaggio così non ortodosso, il Presidente ha risposto rivendicando la volontà di apparire “instabile”, per convincere il nemico che fosse pronto a tutto, sperando che questo lo spinga a negoziare per pura paura. E anche alcuni senatori repubblicani si domandavano perché avesse reagito così sui social visto che ” Trump impreca spesso in privato, ma di solito si modera in pubblico e sui social media”.

L’attuale stallo mette in discussione la strategia di Trump alla guerra, che sta proseguendo oltre i termini inizialmente auspicati. Mentre i funzionari della Casa Bianca sperano in una svolta diplomatica imminente in Pakistan, la realtà sul campo parla di una rotta commerciale vitale chiusa da settimane e di un regime iraniano che, invece di piegarsi, si è radicalizzato sotto la guida dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei. Analisti come Kori Schake evidenziano il paradosso di questa presidenza: successi militari tattici che non si traducono in vittorie politiche a causa di una cronica mancanza di pianificazione e attenzione ai dettagli. Trump sembra spesso perdere il focus, passando dalle decisioni sui bombardamenti ai dettagli dell’arredamento della sala da ballo della Casa Bianca, o sollecitando elogi per sé stesso fino a ipotizzare di auto-assegnarsi la Medal of Honor. Il conflitto con l’Iran si sta rivelando una sfida ben più ardua rispetto all’operazione in Venezuela. In questo scenario, l’approccio impulsivo di Trump non è più un vantaggio competitivo in una trattativa d’affari, ma una variabile pericolosa in un teatro bellico dove ogni parola e ogni post possono cambiare il corso degli eventi.

L'articolo Lo staff che lo esclude nei momenti più delicati, le crisi nervose e i post fuori controllo: il retroscena su Trump del Wall Street Journal proviene da Il Fatto Quotidiano.




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