Usa-Iran, pace vicina? Wall Street ci scommette e Milano la segue: Borse euforiche
Pace vicina tra Usa e Iran? In Borsa ci scommettono… Il tabellone di Piazza Affari si è fermato a pochi metri da un numero che mancava da ventisei anni: 50 mila punti. Nella sala contrattazioni, mentre il FTSE MIB chiudeva a 49.696 punti (+2,35%), il differenziale tra BTP e Bund scivolava a 74 punti base, minimo di un’intera stagione finanziaria. A New York, quasi in contemporanea, il Nasdaq aggiornava i massimi storici a 25.838 punti (+2,02%), seguito dallo S&P 500 a 7.365 punti (+1,46%) e dal Dow Jones sopra quota 49.900. Per i mercati il verdetto è già scritto: la guerra tra Stati Uniti e Iran sta finendo.
La fine dell’economia di guerra
La reazione non ha il profilo di un rimbalzo tecnico. È il consolidamento di una scommessa costruita nelle ultime settimane, quando ogni indiscrezione diplomatica veniva trasformata in acquisti aggressivi su banche, industria e trasporti. Il crollo del petrolio WTI sotto i 100 dollari al barile — poche settimane fa i pasdaran minacciavano di farlo salire a $200 — e la discesa del gas europeo del 6,63% hanno dato il segnale definitivo.
A spingere gli operatori sono soprattutto le voci di un memorandum d’intesa in 14 punti tra Washington e Teheran. La prospettiva di una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz cambia immediatamente il prezzo del vero Risiko globale. Le compagnie energetiche tornano a pianificare esportazioni regolari, gli armatori riattivano tratte congelate da settimane e i grandi fondi riallocano capitale fuori dagli asset difensivi.
Milano guida la corsa europea grazie alle banche, favorite dalla compressione dello spread, e ai gruppi industriali che vedono alleggerirsi il costo energetico. Parigi vola del 2,94%, Londra del 2,15%, Francoforte supera i 24.900 punti. È il ritorno della propensione al rischio dopo settimane dominate dalla paura di una guerra regionale fuori controllo.
Hormuz resta il nervo scoperto
La tregua finanziaria arriva però nel Golfo Persico continua una navigazione quasi clandestina. Negli ultimi giorni diverse petroliere degli Emirati Arabi Uniti hanno attraversato Hormuz con i sistemi AIS spenti per evitare di essere prese come obiettivo dai missili dell’IRGC. La compagnia emiratina ADNOC è comunque riuscita a esportare milioni di barili di greggio Upper Zakum e Das tramite trasferimenti nave-a-nave al largo di Fujairah e Oman, destinati soprattutto alle raffinerie asiatiche secondo quanto riportato da Reuters.
Sono operazioni ad alto rischio, costruite per aggirare il blocco di fatto imposto da Teheran dopo gli attacchi americani e israeliani del 28 febbraio. Le navi attraversano uno dei corridoi energetici più sensibili del pianeta, largo appena 33 chilometri, quasi invisibili ai radar commerciali. I compratori asiatici pagano premi record pur di assicurarsi forniture immediate.
Questo spiega perché le banche centrali europee restano prudenti nonostante l’euforia dei listini.
La cautela della Bce
La volatilità non è sparita. «La situazione attuale sembra discostarsi dallo scenario di base delle nostre proiezioni di marzo», ha dichiarato ieri Piero Cipollone membro del board della Bce al Festival dello sviluppo sostenibile, «accrescendo la probabilità di un aggiustamento dei tassi già nella riunione dell’11 giugno».
Francoforte teme gli “effetti di secondo impatto”: energia più cara trasferita sui prezzi finali proprio mentre l’inflazione europea si stava avvicinando al 2%. Il rischio è che la pace geopolitica produca un eccesso di entusiasmo finanziario mentre le economie reali restano esposte a shock ancora irrisolti.
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