«Non ho scritto questo film con Cate Blanchett in mente, ho scritto questo film per Cate Blanchett. Senza di lei non sarebbe mai esistito». Il regista (e sceneggiatore) di Tár Todd Field ha raccontato così la premessa fondamentale che ha portato alla realizzazione del suo nuovo film, presentato in concorso al festival di Venezia.
In effetti, Blanchett monopolizza lo schermo e non c’è praticamente una scena in cui non appaia.

Il Tár del titolo è il cognome della protagonista, Lydia Tár, direttrice di orchestra con un curriculum eccezionale. Lo scopriamo proprio all’inizio, perché il film si apre con una lunga un'intervista a lei, condotta sul palco dal (vero) giornalista Adam Gopnik al New Yorker Festival.

Nella lunga introduzione, prima di passare alle domande, veniamo a conoscere le tappe salienti della sua carriera: un dottorato in Musicologia presso l'Università di Vienna, seguito da una specializzazione in musica della Valle dell'Ucayali nel Perù orientale, dove ha trascorso cinque anni tra la popolazione Shipibo-Conibo. Quindi, il podio nelle più importanti orchestre americane, prima di approdare all’orchestra di Berlino, dove lavora da sette anni. Nel frattempo, se non bastasse, ha vinto tutti i premi più prestigiosi con le sue composizioni: un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony, ottenendo un posto nella lista dei cosiddetti EGOT.

«Quando la incontriamo è all’apice del successo», dice la Blanchett. «Sta per presentare la sua autobiografia e sta lavorando a un’esibizione dal vivo della Quinta Sinfonia di Mahler che diventerà anche un disco. Il punto è che quando raggiungi la vetta non puoi che scendere».

E, infatti, la terza parte del film ne racconta il crollo disastroso. Accusata di aver portato al suicidio una giovane direttrice di orchestra (che aveva sabotato per “vendicarsi” del suo rifiuto), di essere una predatrice sessuale e di aver commesso una serie di abusi di potere, Lydia Tár perderà non solo la carriera alla quale aveva dedicato tutta la sua esistenza ma anche l’unico vero affetto della sua vita, ovvero la figlia siriana adottata con la sua partner, il primo violino di Berlino, Sharon Goodnow (l’attrice Nina Hoss).

«Lydia è perseguitata da qualcosa o da qualcuno che appartiene al suo passato», spiega Cate Blanchett. «Un passato che evidentemente si è illusa di poter chiudere dentro una scatola e cancellare. Ha fatto il possibile per reinventarsi grazie alla musica, ma non è stato abbastanza».

La Blanchett ha cominciato a prepararsi al ruolo, decisamente difficile, mentre stava girando altri due film. «Siccome di giorno lavorava, mi chiamava di notte», racconta il regista. Il che significava sacrificare altre ore di sonno. «Praticamente non ha dormito per mesi per imparare a parlare tedesco, a suonare il piano, a fare propri i movimenti e i gesti di un vero direttore d’orchestra». Ha persino girato una scena in macchina dove viaggia a tutta velocità, come se fosse una stuntman.

A chi le chiede se ci sia un messaggio anche “politico” in un film su una direttrice d'orchestra - ancora una rarità - interpretato quasi solo da donne, visto che oltre a lei e alla sua partner, ci sono anche Francesca Lentini (Noémie Merlant) ovvero la sua assistente e aspirante direttrice e la giovane violoncellista russa Olga Metkina (interpretata dalla debuttante Sophie Kauer, violoncellista nella vita reale), Blanchett ribatte che «si tratta di una storia profondamente umana, nella quale il genere e l’orientamento sessuale della protagonista non sono importanti». Ammettendo, però, che «il mondo per le donne è cambiato. Per esempio, quando ho cominciato a recitare in teatro mio marito mi disse: "Goditela più che puoi perché durerà poco’. Allora, in effetti, la carriera per un’attrice finiva presto. Oggi non è più così. Anche se c’è qualcosa che ancora non si riesce a fare: convincere un attore di Hollywood ad accettare una parte da comprimario in un film dove la protagonista è una collega».

Non si può negare, però, che Todd abbia “sfruttato” la vicenda tormentata del suo personaggio per parlare di altro. Prima di tutto, delle dinamiche di potere nelle relazioni, nella società, sul lavoro. «La nozione di democrazia contro autocrazia è molto viva nella storia», dice la Blanchett. E cita la una scena in cui Lydia e sua figlia improvvisano un'orchestra con animali di peluche. La bambina vorrebbe dare una bacchetta a ciascuno di loro, ma lei obietta: «Non è una democrazia».

E, nel film, non mancano accenni alla cancel culture, al ruolo dei social media e all’evoluzione del consumo culturale. Temi che affiorano in particolare in una lunga scena in cui Lydia Tár fa lezione a un gruppo di studenti della Juilliard, nel corso della quale finisce per scontrarsi con un ragazzo che le contesta la musica di Bach per questione di political correctness. Oppure, nel dialogo con la giovane violoncellista (sulla quale ha messo gli occhi e ha favorito nel corso dell’audizione per il posto in orchestra) che la lascia senza parole raccontandole di aver scoperto la passione per la musica classica su YouTube.

Blanchett mantiene in bilico un personaggio che altrimenti sarebbe risultato sgradevole, una donna innamorata di se stessa, del potere che ha conquistato, capace di passare sopra a chi non cede al suo fascino, di rivedere le regole quando non la soddisfano, di liberarsi di collaboratori diventati improvvisamente scomodi, di mentire, manipolare, e così via.

E, quasi certamente, c’è riuscita attraverso un processo di costruzione del personaggio di cui non sapremo mai i dettagli. L’attrice si è limitata a dire di aver «lavorato moltissimo immaginando il passato di Lydia, episodi della sua vita che stanno alla base dei suoi comportamenti. Per me è evidente che si tratta di una donna complessa, piena di contraddizioni. Non conosce se stessa e, evidentemente, ha problemi con la fiducia nel prossimo e il tradimento». 

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