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La ‘Lucrezia Borgia’ vista al Teatro dell’Opera di Roma, bellissima e molto attuale

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Il cartellone di quest’anno del Teatro dell’Opera di Roma riscopre meritoriamente gemme di autori classici, amate con passione filologica dagli appassionati ma non troppo note al grandissimo pubblico. È il caso di Lucrezia Borgia di Gaetano Donizetti (1833), in scena fino a domenica scorsa. L’opera è tratta dal celebre omonimo dramma di Victor Hugo, il quale nella prefazione all’edizione italiana del 1837, la mise in relazione al suo ancor più famoso Il Re si diverte: due opere che affrontavano gli archetipi genitoriali di Padre e Madre con speculare complementarità. Nel primo testo, la deformità fisica del protagonista veniva redenta dalla bontà del sentimento paterno; nella vicenda, letteraria, della nobildonna rinascimentale, sarà la (leggendaria) difformità morale del personaggio a contrastare il suo seducente aspetto fisico, venendo redenta solo dalla maternità.

Come due anni prima aveva già fatto con la Norma di Bellini, anche in questo cimento il librettista Felice Romani (con il suo proverbiale ritardo nelle consegne, viste le continue richieste) dovette modificare il finale dell’opera rispetto alla trama originale. Troppo forte l’archetipo materno nella cultura italiana: nel primo caso rimosse l’infanticidio (presente fin dal titolo della tragedia di riferimento, Norma, ou L’infanticide di Louis-Alexandre Soumet), nella versione da Hugo il matricidio.

Dal punto di vista musicale, si tratta forse non del capolavoro di Donizetti, ma di un’opera a tratti stupenda, in cui emerge molto del suo genio musicale, impreziosita da un magistrale uso della composizione orchestrale. La trama è complessa, giocata in un complesso e beffardo intreccio tragico: la spietata e fascinosa protagonista, ritrova in un palazzo veneziano il figlio segreto, il valente Gennaro, da lei abbandonato in fasce.

L’ignaro giovane è sedotto dalla bellezza della nobile, ma i suoi amici gli rivelano brutalmente l’identità esecrata della donna, la quale poco prima, in un equivocato momento di tenerezza, gli aveva giurato commosso il suo amore. Questo condurrà Gennaro, sentendosi manipolato, a oltraggiarla pubblicamente. Una volta trovatosi a Ferrara, rimuoverà la prima lettera del cognome Borgia (con maliziosa allusione alla sua condotta morale) dallo stemma del castello ferrarese dove la protagonista vive come sposa del Duca Alfonso. In una ridda di avvelenamenti, vendette incrociate e tragici equivoci, l’agnizione della madre avverrà per Gennaro solo in punto di morte, causata per errore dalla stessa Lucrezia.

Nel sempre ben curato libretto di scena del Teatro dell’Opera di Roma, è riportato un contributo di Mariangela Miotti che illustra la reinterpretazione letteraria di Hugo, sulla base della “leggenda nera” rinascimentale: “stimolo efficace per la leggenda e per il poeta che intreccia sapientemente le avventure dell’eroina del male, seduttrice e vendicatrice che paga con la sua vita, e le avventure dell’eroina del bene, la madre premurosa che lotta contro Alfonso per la salvezza del proprio figlio, che fallisce nel suo intento e ne provoca la morte”.

Come intelligentemente indicato dal direttore Roberto Abbado (in un’intervista contenuta nel citato libretto), si tratta di un’opera che si pone a metà tra il Don Giovanni mozartiano (per la commistione dei registri) e il Rigoletto di Verdi (per la potente teatralità). L’esecuzione è stata potente quanto versatile, in particolare ha colpito il carisma e lo spessore drammatico del soprano Angela Meade nel ruolo, pieno di contrasti tragici, della protagonista.

Chi mi segue conosce il mio astio verso le versioni insensatamente “moderne” delle opere; quello di Valentina Carrasco è un esempio felice di regia innovativa: si può fare un’interpretazione moderna senza stravolgere il senso dell’opera. In particolare, riuscita la scena della cena fatale presso la dimora della principessa Negroni (nella semplice eleganza di oro e nero che domina la scena), intriganti le suggestioni delle sovraimpressioni video, alcune brillanti (nella scena del primo avvelenamento di Gennario, la sovrapposizione del teschio al ritratto gigante della protagonista di Bartolomeo Veneto), altre meno (la “radiografia” come sfondo del tragico finale è, forse, un eccesso didascalico). Una riuscitissima rappresentazione di un’opera che merita di essere riscoperta, non solo per l’innegabile bellezza musicale, ma per la modernità con cui affronta gli abissi interiori e le feconde contraddizioni dell’animo umano.

L'articolo La ‘Lucrezia Borgia’ vista al Teatro dell’Opera di Roma, bellissima e molto attuale proviene da Il Fatto Quotidiano.




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