Cosa resta della tassa minima sulle multinazionali? Chi la applica oggi e perché l’esenzione per gli Usa non è ancora realtà
Cosa resta della tassa minima del 15% sulle multinazionali? Quelle basate negli Usa hanno ottenuto l’esenzione promessa l’estate scorsa dai Paesi del G7 a Donald Trump? A quattro anni dall’accordo di compromesso firmato da 139 Paesi per contrastare lo spostamento di profitti nei paradisi fiscali e le altre pratiche con cui i grandi gruppi sottraggono decine di miliardi di gettito ai governi, vale la pena di fare il punto sullo stato dell’arte. Decisamente deludente per chi aveva sperato che il cosiddetto “secondo pilastro” della nuova architettura globale segnasse una rivoluzione nel senso di una maggiore giustizia fiscale. Ma anche per l’amministrazione Usa, che non ha ancora visto concretizzarsi in una decisione formale le modifiche offerte da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito.
Chi applica la global minimum tax
L’Unione europea ha recepito la tassa minima con una direttiva vincolante entrata in vigore dal 1° gennaio 2024. I 27 Stati membri devono quindi applicare a livello domestico l’aliquota del 15% ai grandi gruppi multinazionali, affiancata da una tassa integrativa (Undertaxed Profits Rule) sui profitti delle multinazionali con sede in Paesi che non la applicano. Anche Regno Unito, Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud hanno avviato l’applicazione. Crediti d’imposta e incentivi consentono comunque in molti casi di ridurre l’impatto reale del prelievo. Al momento il gettito complessivo per l’Ue è molto inferiore alle stime iniziali, anche se una recente analisi del Joint Research Centre della Commissione Europea stima che in caso di piena applicazione possa arrivare nel lungo periodo a circa 26 miliardi di euro l’anno di cui 6,6 per la Germania e 5,2 per la Francia. Il governo italiano, recependo la direttiva Ue, ha previsto di ricavare dalla riforma solo 400 milioni l’anno.
La promessa del G7 a Trump
Washington non ha mai implementato la tassa minima globale (anche sotto Joe Biden mancava la maggioranza necessaria al Congresso) e dunque non applica la regola in base alla quale lo Stato della capogruppo dovrebbe tassare gli utili esteri fino al raggiungimento dell’aliquota minima del 15%. Trump fin dal suo insediamento alla Casa Bianca per il secondo mandato si è apertamente opposto anche all’assoggettamento delle aziende Usa alla Undertaxed Profits Rule, che consente ai Paesi che ospitano una filiale della multinazionale di tassare parte dei profitti se la casa madre ha sede in una giurisdizione che non applica la minimum tax. A giugno il G7 riunito in Canada gliel’ha data vinta, garantendo un’esenzione a Big tech e a tutte le aziende Usa.
L’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che fino a quel momento circa il 14% dei profitti esteri delle multinazionali statunitensi era potenzialmente intercettabile attraverso la Undertaxed Profits Rule. Poiché le multinazionali Usa concentrano circa un terzo dei profitti globali, l’esenzione ridurrebbe in modo significativo la base imponibile coperta dal meccanismo multilaterale.
Niente accordo in Ocse sull’esenzione Usa
Ma per tradurre in pratica la promessa serve un accordo in sede Ocse, tra tutti i Paesi firmatari del secondo pilastro. Il Tesoro statunitense aveva chiesto all’organizzazione parigina di chiudere entro fine anno. Al 31 dicembre non c’è ancora nulla di fatto: manca il consenso necessario per formalizzare l’esenzione all’interno dell’Inclusive Framework che riunisce oltre 130 giurisdizioni. A rallentare l’iter le obiezioni di diversi Paesi. Cina, Estonia, Repubblica Ceca e Polonia hanno contestato il pacchetto che formalizza l’esenzione Usa. Pechino in particolare ha chiesto di poter accedere a un trattamento analogo. E Tallinn, che comunque applicherà il secondo pilastro solo dal 2030, lo critica alla radice perché teme che i costi amministrativi e burocratici saranno superiori ai vantaggi, tanto più se passerà la deroga ad hoc.
La minaccia della revenge tax
Sul tavolo resta quindi la minaccia statunitense di riesumare la cosiddetta revenge tax, che consentirebbe agli Stati Uniti di colpire imprese e investitori provenienti da Paesi che applicano pienamente la minimum tax con balzelli fino al 20% sui redditi esteri. Quella misura, che avrebbe conseguenze pesantissime sugli investimenti stranieri, non è entrata nella versione definitiva del One Big Beautiful Bill Act, ma potrebbe essere riproposta nel caso le resistenze in sede Ocse innervosiscano l’amministrazione Trump.
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