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Il diavolo è nel diesel: perché gli Usa hanno bisogno di importare petrolio. Soprattutto dal Venezuela

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di Giovanna Gabetta

A chi legge l’inglese, suggerirei di seguire il blog di Arthur Berman, un geologo statunitense con molti anni di esperienza nell’Oil and Gas. Art ha anche una laurea in Storia del Medio Oriente, e quindi ritiene che la sua sia una prospettiva abbastanza diversa rispetto a quella di molti altri analisti. In effetti, per quello che ne capisco io, è veramente così. Vorrei parlarvi di un suo articolo in particolare, in cui sostiene che “Il diavolo è nel diesel”.

Voi mi direte: “Sappiamo tutti che il diavolo è nel diesel”: perché le auto a combustione interna inquinano, perché in Europa sono stati fissati dei termini oltre i quali non si potranno più immatricolare auto diesel (anche se questi limiti sono diversi da Paese a Paese), perché ormai il futuro è rappresentato dalle auto elettriche (sarà vero?). Ma il diesel non serve soltanto per le auto, il diesel è la linfa della nostra economia. L’agricoltura e l’allevamento, le miniere, i pozzi di petrolio, le navi, i treni e i camion funzionano perché c’è il diesel. Se ci fosse una mancanza di diesel, i costi di quasi tutte le materie prime e le attività aumenterebbero. E aumenterebbero anche i costi dei trasporti, rendendo molto meno favorevole comprare i prodotti che ci servono all’altro capo del mondo.

In genere, le persone comuni, ma anche i politici e i giornalisti, non capiscono da cosa dipenda il problema, perché occorre sapere che il petrolio non è tutto uguale, e anche sapere come funzionano le raffinerie. Proviamo a spiegarlo in modo semplice. I prodotti della raffinazione sono diversi. Si possono grossolanamente dividere in quattro categorie: benzina, cherosene, combustibile per aerei e diesel. Devono essere distillati dal petrolio, ma non si tratta di un menù come quello dei ristoranti, nel quale ognuno può scegliere ciò che vuole. Il risultato dipende da due fattori principali: le caratteristiche della raffineria, e il tipo di petrolio che si usa.

La distillazione del petrolio è un po’ come quella dei liquori: il liquido viene scaldato per ottenere un vapore che viene poi raffreddato di nuovo e ridiventa liquido. In questo modo si riesce a separare le diverse parti più o meno pesanti. Dai liquori, si eliminano le molecole più leggere che possono contenere metanolo, e quelle più pesanti che contengono residui dannosi. Per il petrolio, la parte più leggera è la benzina, ma neppure le frazioni via via più pesanti nella distillazione vengono eliminate, perché sul mercato hanno valore, anche più della benzina.

Il petrolio contiene molecole complesse che consistono in catene molto lunghe, formate principalmente da atomi di carbonio e di idrogeno. In raffineria queste grosse molecole vengono spezzate in catene più piccole. Quanto di ogni frazione si può ricavare dipende dalla tecnologia che si usa, ma anche e soprattutto dal tipo di petrolio che si può immettere in ingresso. Le raffinerie che producono una maggiore percentuale di diesel hanno bisogno di petrolio più pesante come prodotto di partenza. Infatti non tutto il petrolio è lo stesso, anche se di solito questo fatto viene preso in considerazione di rado.

In raffineria si definisce il petrolio usando il grado API, una misura di densità. Il petrolio leggero ha un grado API più alto e contiene in quantità minori i composti che servono per produrre il diesel.
La maggior parte del petrolio che si produce negli Stati Uniti, detto petrolio di scisto (Shale Oil) è leggero e deve essere miscelato con petrolio più pesante se si vuole ottenere il diesel. Come conseguenza, gli Stati Uniti, pur essendo i primi produttori al mondo come quantità, non possono essere indipendenti per quanto riguarda il petrolio: devono importare da altri produttori – ad esempio dal Venezuela – la materia prima più pesante.

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