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La “lapidazione verbale” e il processo mediatico: perché la Corte d’appello ha ridotto la pena ad Alessia Pifferi

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Non solo un processo penale, ma una pubblica gogna permanente. È anche attorno al concetto di “lapidazione verbale” che la Corte d’assise d’appello di Milano costruisce una parte centrale delle motivazioni con cui, lo scorso novembre, ha ridotto dall’ergastolo a 24 anni di carcere la condanna inflitta in primo grado ad Alessia Pifferi, accusata dell’omicidio della figlia di un anno e mezzo, lasciata sola in casa per sei giorni fino a morire di stenti.

Nelle 193 pagine depositate dai giudici, il clamore mediatico che ha accompagnato la vicenda viene descritto come un fattore tutt’altro che marginale, capace di incidere non solo sulla percezione pubblica dell’imputata, ma anche sul suo comportamento processuale e sull’intero svolgimento del giudizio. Un’esposizione mediatica definita “sofferta” e tale da rendere “difficile negare la lapidazione verbale” subita dalla donna per l’omicidio della figlia. Una bimba di appena 18 mesi lasciata morire di stenti per passare alcuni giorni con il compagno. Ma il biberon lasciato non era bastato alla piccola Diana.

Secondo la Corte, infatti, non vi sono elementi per affermare che il comportamento processuale di Pifferi successivo alla morte della bambina sia stato espressione di “accentuata capacità a delinquere”. Al contrario, esso sarebbe “sintonico con la deficitaria personalità dell’imputata” e dunque compatibile con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, concesse in equivalenza all’unica aggravante ritenuta sussistente: il vincolo di parentela.

Ferma restando “l’eccezionale gravità” dei fatti, i giudici d’appello hanno chiarito di voler infliggere una pena non meramente afflittiva, come l’ergastolo, ma coerente con la finalità rieducativa della sanzione. In questa prospettiva assumono rilievo le “connotazioni soggettive” della quarantenne, oggi detenuta, tra cui una vera e propria “metamorfosi” maturata nel tempo e legata, secondo la Corte, a un “processo televisivo” che ne ha stravolto l’immagine e il ruolo. Un passaggio centrale delle motivazioni è dedicato proprio a quello che i giudici definiscono il “processo televisivo Pifferi”, oggetto di un’analisi critica senza sconti. Il collegio ha accolto le argomentazioni della difesa, rappresentata dall’avvocata Alessia Pontenani, richiamando l’incensuratezza dell’imputata, le sue condizioni economico-sociali e l’“estrema marginalità” in cui avrebbe vissuto.

Ma soprattutto, la Corte sottolinea come l’esposizione mediatica abbia avuto “ricadute deleterie e devastanti” sulla condotta processuale, interferendo persino con l’assunzione delle prove tecniche e scientifiche e condizionando la spontaneità di alcune testimonianze. Emblematico il caso della madre di Alessia Pifferi, nonna della bambina, che – si legge – sarebbe stata “trasformata obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia” nel tentativo di sottrarsi alla pubblica esecrazione, arrivando a riferire circostanze non vere.

I giudici ricostruiscono anche l’evoluzione personale dell’imputata durante la detenzione. Nei primi giorni di carcere, Pifferi appariva ancora “sé stessa”, incapace di comprendere appieno la portata della situazione, fino a stupirsi delle limitazioni della vita in isolamento, come la mancanza di prodotti cosmetici. Con il passare del tempo, però, si sarebbe verificata quella “metamorfosi” documentata negli atti processuali, la cui origine viene individuata proprio nella pressione esercitata dal giudizio mediatico.

È in questo contesto che la Corte affonda il colpo più duro contro il fenomeno della spettacolarizzazione della giustizia, parlando di un “malvezzo contemporaneo” che ha trasformato il processo penale in un “genere televisivo di svago e intrattenimento”. Una deriva che, secondo i giudici, rischia di alterare non solo la dignità delle persone coinvolte, ma anche l’equilibrio stesso del giudizio. La “lapidazione verbale”, dunque, non come attenuante morale del fatto – che resta di inaudita gravità – ma come elemento giuridicamente rilevante per comprendere il contesto umano e processuale in cui la vicenda si è consumata.

L'articolo La “lapidazione verbale” e il processo mediatico: perché la Corte d’appello ha ridotto la pena ad Alessia Pifferi proviene da Il Fatto Quotidiano.




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