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Aumenti salariali a tassa ridotta per oltre 30mila dipendenti pavesi

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PAVIA. La Uil stima tra 31mila e 35mila il numero di lavoratori dipendenti che in provincia di Pavia beneficeranno dell’agevolazione fiscale prevista nella legge di bilancio sugli aumenti salariali stabiliti dai rinnovi contrattuali: i datori di lavoro applicheranno infatti una imposta fissa del 5%. La misura riguarda i rinnovi contrattuali siglati dal 2024 al 2026, ma la stima Uil è relativa solo a quelli dei due anni passati, non potendo prevedere quanti saranno quelli sottoscritti quest’anno.

Ma è bene precisare che l’agevolazione riguarda una platea ridotta rispetto alla totalità dei lavoratori dipendenti. Intanto perché viene escluso tutto il pubblico impiego - 28mila dipendenti in provincia di Pavia - e poi perché il beneficio è limitato a chi ha un reddito imponibile fino a 33mila euro: di conseguenza restano esclusi nel settore privato quasi 100mila dei circa 127mila dipendenti totali. In sostanza il provvedimento riguarderà circa un lavoratore dipendente su cinque. A livello regionale la Uil stima tra i 750mila e gli 850mila il numero di chi potrà usufruire dell’aliquota agevolata invece di quella ordinaria, vale a dire il 23% circa del settore privato.

La Uil segnala che secondo la relazione tecnica allegata alla legge di bilancio 2026 il beneficio medio annuo stimato è pari a circa 680 euro per i lavoratori con redditi fino a 28.000 euro e di circa 750 euro per i lavoratori con redditi compresi tra 28.000 e 33.000 euro.

«E’ questo il risultato di una battaglia storica della Uil, che da tempo rivendica il ruolo centrale della contrattazione collettiva nazionale come strumento fondamentale per dare valore al lavoro e tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni», afferma la Uil Lombardia.

Per il segretario confederale Salvatore Monteduro «la scelta inserita nella Legge di Bilancio 2026 riconosce finalmente il valore dei contratti collettivi come leva principale per aumentare i salari netti dei lavoratori. Il lavoro si valorizza con la contrattazione, non con interventi occasionali. Il valore della misura non è statico: cresce ogni volta che un contratto viene rinnovato. Più contrattazione nazionale di qualità significa più salari tutelati».

Sulla base dei dati Cnel, rileva l’organizzazione sindacale, i rinnovi contrattuali intervenuti tra il 2024 e il 2025 hanno riguardato in particolare i seguenti macro-settori del lavoro privato: terziario, distribuzione e servizi (commercio, turismo, pubblici esercizi, servizi alle imprese); metalmeccanico e meccanica-industria; trasporti e logistica; edilizia e settori affini; servizi di pulizia, multiservizi e facility management; chimica e gomma-plastica; alimentare e agroindustria privata; servizi fiduciari e vigilanza privata.

A questi potrebbero aggiungersi nel 2026 sanità privata e sociosanitario privato, assistenza e servizi socio-educativi privati, altri settori del terziario privato. «Questo è il motivo – conclude Monteduro – per cui la Uil ha chiesto di estendere la misura almeno fino ai redditi da 40.000 euro, per rafforzare ulteriormente l’impatto della contrattazione sui salari reali. Aspetto che al momento non è stato preso in considerazione e che ci porta a proseguire la rivendicazione. Si tratta di una misura che per la Lombardia rafforza il ruolo dei contratti collettivi nazionali e che deve accompagnarsi alla lotta ai Ccnl pirata e al rilancio della contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale. Il messaggio è chiaro: contrattazione significa salario e tutele. Ora serve continuità, contrastando i Ccnl pirata e rilanciando la contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale».

Cgil: «Non basta e va recuperato il fiscal drag»

Anche la Cgil aveva chiesto la detassazione degli aumenti da rinnovi contrattuali, ma giudica insufficiente la misura e anche di dubbia costituzionalità, prevedendo l’esclusione dei lavoratori del pubblico impiego. Il punto chiave è che nella legge di bilancio non è previsto un recupero del fiscal drag: la corsa dell’inflazione ha diminuito il potere d’acquisto alle retribuzioni, cresciute solo nominalmente, in più subendo l’effetto perverso dell’aumento della pressione fiscale dovuto all’applicazione di aliquote fiscali crescenti. La conseguenza è che un beneficio, peraltro di importo quasi irrisorio, è solo per redditi fino a 15mila euro. Quanto alla riduzione dal 35 al 33% dell’aliquota Irpef per il reddito tra 28mila e 50mila euro, i benefici sono di appena 3 euro al mese per un reddito di 30mila euro, di 36 euro per chi è a 50mila euro.




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