“Maduro frenò sulla liberazione di Trentini”: la rivelazione. Burlò: “In cella scarafaggi. Incappucciati come a Guantanamo”
Sono rientrati in Italia dopo 14 mesi vissuti nel terrore di una delle strutture carcerarie più repressive del regime di Maduro. Mario Burlò e Alberto Trentini hanno fatto ritorno alle loro case, per ricostruire e riprendere una vita messa in pausa dietro le sbarre a Caracas. Cercando di superare le violenze psicologiche, il terrore di non potere più riabbracciare i propri cari, il silenzio assordante di una quotidianità vissuta in una manciata di metri quadri, al limite della follia. Mesi e mesi di trattative diplomatiche, avviate nel silenzio con un apparato ostile che ora, poi l’arrivo di Delcy Rodriguez alla presidenza del Venezuela, che ha avviato una “fase piena di ambiguità, che può aprire spiragli di luce ma anche trabocchetti. Si può andare nella direzione giusta o verso violenza a danno ai cittadini. Nelle lotte di potere, alla fine, soffrono sempre i cittadini”. Una cosa è certa, prosegue Giovanni De Vito, l’incaricato d’affari a Caracas in un’intervista a La Repubblica: la liberazione dei due ostaggi italiani “è stato un momento ufficiale. Accanto a lei (la nuova presidente, ndr) c’era il presidente del parlamento, Jorge Rodríguez, che è anche suo fratello. Dall’altro lato Diosdado Cabello, vicepresidente. E poi il ministro degli Esteri”, ha continuato. “Il segnale era chiaro: dialogo, disponibilità a costruire una relazione collaborativa, un’agenda comune. Il tono era totalmente diverso dal passato”. Il dossier sui prigionieri politici in Venezuela, tra cui Trentini, ha aggiunto il diplomatico, era stato discusso “con discrezione in molte sedi, e anche allora (lo scorso ottobre, ndr) si è parlato di molte cose ma, in primis, dei nostri connazionali privati della libertà. Avevamo mosso più canali, compresi canali ecclesiastici. C’era una forte aspettativa” ma “probabilmente i venezuelani volevano qualcosa di più. La decisione doveva essere inserita in liste di scarcerazioni, liste che nessuno ha mai visto. Alla fine chi aveva l’ultima parola, cioè Nicolás Maduro, ha frenato”.
Sulle condizioni durissime del Rodeo, il carcere in cui erano rinchiusi i due italiani, Mario Burlò aveva già parlato appena atterrato in Italia. Ma è parlando oggi in varie interviste – dal Corriere della Sera alla Stampa – che torna sul tema: “È stato un periodo difficilissimo, davvero. In carcere, senza diritti. Quando uscivi dalla cella, ti facevano camminare con un cappuccio che ti copriva interamente il capo, tipo Guantanamo“, ha detto al Corriere. “La cella – continua -, terrificante: quattro metri per due, con un paio di lastroni di cemento e i materassi. Per un periodo, uno era crollato, e allora si faceva a turno per dormire: uno sopra e l’altro per terra. Scarafaggi che camminavano attorno e la turca a un metro”. Rimedi? “Rincorrere gli scarafaggi con la ciabatta. Difatti, il più delle volte abbiamo dormito uno sull’altro, sul materasso” prosegue Burlò. Ha mai pensato: “Da qui non esco mai più”? “Sì. Pure per l’uniforme azzurra di chi era in attesa di giudizio, la mia: c’era chi la indossava da dieci anni”. Cosa le dissero al momento dell’arresto? “Prima mi hanno dato del mafioso – afferma ancora l’imprenditore torinese -, e gli dissi di leggere bene gli articoli su Internet, poi che ero stato mandato dal governo per spiare”. L’hanno scambiata per una spia? “I poliziotti mi hanno detto – aggiunge parlando a La Repubblica -: ‘Lei è stato mandato dal governo italiano per venire qui e fare cadere il governo di Maduro'”. “Avevo paura che entrassero in cella e mi ammazzassero – va avanti -. Ogni giorno rivivevo l’incubo: non poter sentire i miei figli e dire loro che stavo bene, che ero vivo. Io e Alberto siamo usciti insieme, accompagnati dai militari venezuelani. Ma il pensiero è stato di sospetto”. A più d’uno è venuto il pensiero che lei sia scappato dall’Italia quando la Cassazione avrebbe dovuto decidere sulle sue condanne per concorso esterno in associazione mafiosa? “Mi hanno assolto con formula piena. E per inciso non avrei mai abbandonato i miei figli, sia chiaro” conclude Burlò parlando con La Stampa.
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