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Mi riconosco nelle femministe iraniane arrabbiate per il tradimento di chi non credeva loro

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In questi giorni sto seguendo sui social con molta attenzione alcune femministe iraniane della diaspora, molto arrabbiate, e non riesco a non rivedere me stessa e le altre palestinesi in Italia dopo il 7 ottobre 2023. Il senso del tradimento da parte di chi credevi alleato, di chi non capiva la rabbia e trovava più semplice liquidarci come “arrabbiate”, “non razionali”, “piene di odio”… quando in realtà quella rabbia era prova di piena lucidità: la lucidità di capire che ciò che stava accadendo era oltre ogni immaginazione.

“Non sono più la stessa persona che ero due settimane fa”, ha detto oggi una di queste attiviste. E io penso ad alcune femministe che non difesero una giovane donna palestinese da certi uomini bianchi, alimentando così dinamiche razziste e machiste nei miei confronti.

Ripenso a una redattrice di una testata online – tra l’altro con background migratorio anche lei, quindi teoricamente più sensibile a cosa vuol dire lottare per avere uno spazio per raccontare la propria verità – che non voleva farmi scrivere perché “è pericoloso fare scrivere un’attivista emotivamente coinvolta”. Sì, disse proprio che era “pericoloso”.

Ripenso a chi boicottò la prima manifestazione nazionale dell’ottobre 2023, perché i giovani palestinesi d’Italia non vollero essere accomodanti verso le posizioni ambigue. Penso a un amico con cui sono finalmente riuscita a chiudere. Solo col tempo sono riuscita a distinguere tra una critica davvero costruttiva e uno sminuire che, invece di aiutarmi, finiva per aggravare la mia situazione; e perché per lui era più facile colpevolizzare me e la mia rabbia che le persone ipocrite che ci circondano.

Penso a certa gente che prima mi snobbava e mi trattava come se fossi una donna arrabbiata e irrazionale, e che ora mi saluta col sorriso come se nulla fosse, senza neanche un minimo di responsabilizzazione.

La rabbia è verso il male che ha fatto a me – e per “me” intendo sempre la mia comunità, perché può essere chiunque della comunità quando si parla così con me, magari qualcuno che non ha la forza di difendersi, che a volte riesco ad avere io.

Tante cose mi tornano in mente leggendo la rabbia delle donne di Feminists4Jina, Iran.feminist.liberation, Iranians4CollectiveLiberation, che diffondono analisi precise, dati di fatto, riflessioni mai scontate. La repressione del regime iraniano è feroce, e gli iraniani vivono quotidianamente la paura, i massacri, l’isolamento e la tensione internazionale. Non è facile stare in tutto questo: tra lotta per i propri diritti fondamentali e timore di un’escalation militare per cui Israele e gli Usa continuano a spingere, tra propaganda da tutte le parti e la pressione enorme che tutto ciò scarica sulle attiviste iraniane; con tutto il carico emotivo che hanno addosso – rabbia, sconforto, paura – stanno ora facendo controinformazione, offrendo strumenti a noi per comprendere la realtà e resistere alla propaganda.

Dalla rabbia indescrivibile e dalla malinconia, poi, inevitabilmente si sta meglio. Si torna molto più forti, lucide, razionali, flessibili di prima, e con un bagaglio politico e culturale molto più ampio. Ma chi non ha voluto rispettare la nostra rabbia, i nostri pianti e la nostra fragilità non si merita la parte migliore di noi.

Jin Jiyan Azadi

L'articolo Mi riconosco nelle femministe iraniane arrabbiate per il tradimento di chi non credeva loro proviene da Il Fatto Quotidiano.




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