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Январь
2026

L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera

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di Giulio Di Donato

Guardando al passato, negli anni dell’equilibrio bipolare pre-Ue il nostro Paese ha saputo sviluppare, tra mille contraddizioni e opacità, una politica estera relativamente e realisticamente autonoma. Con l’ordine internazionale liberale post-1989, espressione dell’unipolarismo statunitense, e con l’Europa di Maastricht, i margini si fanno invece molto più stretti, se non inesistenti.

Arriviamo poi ai nostri giorni: il conflitto in Ucraina segna l’inizio di una fase nuova, che sancisce ufficialmente la realtà di un mondo nel quale sono emerse potenze in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo atlantista globale e illimitato. Non è che prima non contassero i rapporti di forza, gli interessi nazionali, ecc.: erano piuttosto coperti da un velo di ipocrisia di matrice liberal-globalista, che mascherava il dominio egemonico di un’unica grande potenza, oggi costretta a confrontarsi con altre potenze che le contendono il primato. Quel che è certo è che l’alternativa a una condizione di equilibrio di potenza non è l’integrazione cosmopolitica post-sovrana, bensì il dominio unipolare di un’unica potenza: occorre quindi che una potenza arresti, limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende inevitabilmente a esondare.

Quello con cui ci confrontiamo è certamente uno scenario denso di rischi, ma anche di opportunità, se l’obiettivo è restituire nuova vitalità all’iniziativa autonoma dei singoli Paesi europei, anche e soprattutto nel loro rapporto reciproco, in vista di un profondo ripensamento del processo di integrazione europea, da smontare e ricostruire daccapo su basi nuove e più ristrette.

Ad esempio, l’Italia, assieme a un nucleo ristretto di Paesi europei (nucleo che ovviamente non comprende i baltici), mentre condanna le ingerenze di Trump nei confronti della Groenlandia (a cui, per varie ragioni, non può essere concessa alcuna legittimazione) dovrebbe adoperarsi più o meno sotterraneamente e in modalità “Prima Repubblica”, in una chiave cioè realistica e consapevole dello stato dei rapporti di forza, per ricostruire i rapporti con la Russia, provando a sfruttare le opportunità del nuovo indirizzo di cui tu scrivi. Ma per fare questo bisognerebbe avere chiaro il senso dei propri interessi strategici e disporre di quella capacità di analisi e di visione che oggi manca alla classe dirigente italiana ed europea.

L’Italia, intanto, potrebbe farlo direttamente, senza accontentarsi di essere semplicemente graziata dai dazi di Trump, se l’obiettivo è attribuire al tema dell’interesse nazionale un significato di più ampio respiro e restituire al nostro Paese la capacità di svolgere una propria funzione storica nel mondo, nel nome di una prospettiva autenticamente internazionalistica.

La prospettiva a cui guardare è dunque quella della ricerca di un equilibrio valido soprattutto tra gli “Stati sovrani egemoni”, chiamati a misurarsi con la necessità di coesistere pacificamente e di cooperare di fronte ad alcune grandi sfide comuni che, pur incrociandola, trascendono la dimensione ineludibile degli interessi nazionali. Si tratta di un modello di ordine che, pur essendo precario, imperfetto e attraversato da molteplici tensioni, resta comunque quello che meglio riflette e valorizza la complessità e la varietà del mondo, contro ogni tentativo di riduzione del diverso all’uno.

In generale, per quanto aspra, carica di insidie e spesso difficile da sostenere, la logica dell’equilibrio (oggi solo competitivo) di potenza appare preferibile al manicheismo della contrapposizione tra democrazie e autocrazie, alla retorica dello “scontro di civiltà”, nonché ai tentativi di reductio ad Hitlerum dei leader delle altre potenze continentali, con i quali, proprio in ragione di tale rappresentazione, non sarebbe possibile avviare alcun vero negoziato dopo una fase di burrasca. Risulta infatti più produttivo operare sul terreno del riequilibrio, per quanto conflittuale, piuttosto che su quello di un unipolarismo ideologicamente suprematista, che restringe gli spazi della mediazione politica e giuridica e rende più concreto il rischio di una guerra di magnitudo estrema.

La politica estera statunitense, da sempre oscillante tra isolazionismo imperiale e interventismo globale, ragiona oggi in termini di allineamenti contingenti piuttosto che di alleanze strutturali e sembra assestarsi, pur tra mille contraddizioni e incertezze (anche in ragione di evidenti contrasti interni, come quelli tra l’anima neocon di Marco Rubio e quella MAGA di J.D. Vance) sulla linea “versione aggiornata della Dottrina Monroe/equilibrio competitivo di potenza, politiche di contenimento nei confronti dell’ascesa cinese/tentativi di decoupling tra Cina e Russia”.

L’obiettivo resta, insomma, quello di affermare, questa volta senza infingimenti retorici, l’America First, all’interno però di un quadro delle relazioni internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e conflittuale, che tuttavia non contempla l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra le grandi potenze.

Se questo è lo scenario, l’iniziativa politica italiana ed europea, ristretta a un nucleo di “nazioni apparentate”, dovrebbe svolgere una funzione di dialogo e mediazione tra aree diverse, promuovendo condizioni e ragioni di cooperazione piuttosto che di conflitto. Si tratterebbe, cioè, di lavorare sul terreno dell’equilibrio di potenza, puntellandolo con elementi crescenti di pace, giustizia e progresso, imprimendo dinamicità a questi stessi equilibri con il necessario supporto di nuove e più consistenti dosi di energia politica e spirituale, operanti tanto in basso quanto in alto, per spingere la realtà oltre il ventaglio delle possibilità finora intraviste e introdurre, in un mondo sempre più attraversato dal senso dell’ineluttabile e povero di aperture verso l’alto e in avanti, un principio nuovo di speranza, fiducia e fraternità.

L'articolo L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera proviene da Il Fatto Quotidiano.




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