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La trappola dei salari: così l’aumento dei prezzi si è mangiato il potere d’acquisto degli italiani. Le riforme fiscali? “Una partita di giro”

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Un insegnante con 20 anni di servizio, nonostante il rinnovo del contratto che nel frattempo gli ha assicurato un aumento di stipendio, oggi si ritrova più povero rispetto al 2019. Se è vero che con le riforme fiscali degli ultimi anni, tra taglio delle aliquote Irpef e riduzione del cuneo, paga meno tasse per oltre 1.400 euro complessivi, lo Stato è ancora “in debito” nei suoi confronti di 945 euro. Imposte che ha pagato in più per effetto del drenaggio fiscale, il fenomeno per cui in presenza di un maggior reddito nominale e con scaglioni e detrazioni non indicizzati i lavoratori si ritrovano a versare di più all’erario a scapito del proprio potere d’acquisto. Peggio è andata a chi fa il quadro nel settore metalmeccanico: ha subito una perdita netta di oltre 1.000 euro. Mentre per un responsabile vendite il saldo finale è di -922 euro. È solo qualche esempio del “prezzo nascosto” pagato dai dipendenti a cavallo del picco di inflazione registrato tra 2021 e 2023. Gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, nel libro omonimo appena uscito per Egea (Il prezzo nascosto – Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione), tirano le somme e propongono qualche soluzione.

Gli osservatori stranieri, notano i due docenti, sono stati generosi nell’apprezzare la ritrovata stabilità politica dell’Italia, che oggi appare affidabile, credibile, più attrattiva per gli investimenti esteri. Ma la riduzione dello spread è dovuta più al peggioramento delle condizioni di Francia e Germania che che al miglioramento della Penisola. E i problemi strutturali del Paese restano immutati: bassa crescita, produttività stagnante, debito pubblico altissimo, rapido invecchiamento della popolazione, mercato del lavoro caratterizzato da salari bassi e stagnanti diffusa precarietà.

Negli ultimi cinque anni, poi, è comparso un elemento nuovo: la nuova ondata dell’inflazione, che tra la pandemia e il 2025 ha segnato un +20% cumulato con effetti devastanti sul potere d’acquisto. Che, complici contratti collettivi rinnovati con ampio ritardo e senza recuperare l’intera crescita dei prezzi, non è mai tornato al livelli del 2019, a differenza che in tutti gli altri grandi Paesi Ue. A questo si è aggiunta la tassa occulta del fiscal drag. Che ha consentito al governo di esibire conti pubblici in ordine a scapito di dipendenti e pensionati. Lo Stato, insomma, ha usato l’inflazione “come strumento di risanamento implicito”. Il risultato è un Paese che “sembra in equilibrio perché ha scelto di non vedere l’impoverimento di chi lavora”.

Giorgia Meloni, è la tesi di Leonardi e Rizzo, finora non ha perso consensi perché “le famiglie in media hanno mantenuto il loro potere d’acquisto complessivo” grazie al fatto che dopo la pandemia il recupero di occupazione non si è mai fermato. Ma è una “media del pollo” alla Trilussa: se 1 milione di nuclei ha visto migliorare la propria condizione perché oggi a casa lavorano in due, “la maggior parte, 14 milioni, ha subito una perdita”. Le riforme fiscali avviate dal governo Draghi e completate dalla leader di FdI hanno premiato soprattutto i redditi da lavoro sotto i 35mila euro lordi, neutralizzando quasi del tutto – per quella fascia – gli effetti del fiscal drag, che si sono sommati al mancato o insufficiente rinnovo dei contratti collettivi. Al contrario, la perdita di valore reale dei redditi sopra i 35mila euro non è stata compensata e sono stati penalizzati anche i pensionati sopra i 2.100 euro al mese, attraverso il taglio delle rivalutazioni. Per non dire dei servizi pubblici persi a causa della mancata indicizzazione all’inflazione delle soglie Isee e dell’aumento delle addizionali comunali e regionali deciso da molti enti locali. Morale: “Il potere d’acquisto di grandissima parte degli italiani rimane sotto il livello del 2019 anche al netto delle tasse”. I ritocchi all’Irpef sono stati insomma, per i due economisti, una partita di giro che non ha comunque consentito a chi ha redditi bassi di fruire di gran parte dello sgravio fiscale, perché quasi tutto è andato a compensare il fiscal drag.

Come uscirne? Visto che “con il fisco puoi raddrizzare solo un po’ quello che il mercato e la contrattazione non hanno fatto per tempo”, il primo intervento proposto da Leonardi e Rizzo è sulla contrattazione collettiva, che dovrebbe tornare al centro del sistema dopo essere stata profondamente rinnovata per renderla di nuovo in grado di tutelare il potere d’acquisto in momenti di crisi. Cosa che ha dimostrato di non saper più fare anche a causa delle divisioni tra sindacati e della loro insufficiente attenzione, è la diagnosi, al problema salariale. Serve dunque una legge sulla rappresentanza, cioè su chi è titolato a firmare contratti collettivi nazionali, che riguardi sia i rappresentanti dei lavoratori sia le parti datoriali e aiuti a contrastare i contratti pirata. Ma il primo passo per arrivarci deve essere un “sussulto unitario”: un patto tra le confederazioni per promuovere quella legge, riformare i CCNL, rilanciare la contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) e promuovere l’introduzione di un salario minimo legale come rete di ultima istanza, bestia nera per il governo Meloni

In parallelo auspicano un intervento sul sistema fiscale. Prima di tutto è necessario tassare meno il reddito da lavoro e “un po’ di più” la ricchezza accumulata. Poi occorre un sistema che indicizzi automaticamente scaglioni e detrazioni per evitare nuovi episodi di fiscal drag, che riveda la tassazione delle successioni “con soglie alte ma aliquote più eque” e introduca una “patrimoniale moderata e locale, scrivono Leonardi e Rizzo, fondata su valori catastali aggiornati. “Il principio è semplice: chi guadagna o possiede di più deve contribuire di più, chi vive di reddito da lavoro non può essere la fonte principale di ogni manovra”. Vasto programma per un Paese che “ha accettato che il lavoro perdesse valore” e in cui “la politica ha sostituito la politica dei salari con quella dei bonus e la politica fiscale con quella della gestione del consenso”.

L'articolo La trappola dei salari: così l’aumento dei prezzi si è mangiato il potere d’acquisto degli italiani. Le riforme fiscali? “Una partita di giro” proviene da Il Fatto Quotidiano.




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