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Dall’inferno all’oro, il calvario di Brignone: l’infortunio, la riabilitazione e il trionfo alle Olimpiadi. Le tappe del miracolo sportivo

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Sono circolate sui cellulari degli addetti al settore le immagini di quel terribile infortunio. Perché ai Campionati italiani di slalom gigante, venerdì 3 aprile, in Val di Fassa, non c’è nemmeno la copertura televisiva. È un video amatoriale, lei inforca una porta con metà corpo, si insacca, la gamba sinistra ha una torsione così innaturale da far venire i brividi. Si capisce subito che è grave. E infatti lo è. Gravissimo: rottura di tibia, perone e crociato anteriore. Di fatto, il peggio che possa capitare.

La notizia dell’infortunio arriva come un fulmine a ciel sereno, quando ancora si festeggia la seconda Coppa del mondo generale. Già, facciamo un passo indietro: finali di Sun Valley, 22 marzo, Idaho. Mancano tre gare alla fine della stagione, ma per via delle condizioni meteorologiche avverse la discesa libera viene cancellata. E siccome Federica Brignone ha più di 300 punti di margine sulla più immediata inseguitrice, l’elvetica Lara Gut-Behrami, ecco che il trionfo è suo. Vince la seconda sfera di cristallo. Qualcosa che non ha fatto nemmeno Deborah Compagnoni, persino meglio di Alberto Tomba. Lo fa con autorevolezza, lo fa portandosi a casa anche la Coppa di gigante e di discesa libera, zittendo chi aveva storto il naso dopo l’affermazione del 2020. “Ha vinto durante il Covid, Mikaela Shiffrin non ha preso parte a tutte le gare” si diceva.

Poi arriva quel 4 aprile. Lo choc per il mondo dello sci alpino, la tragedia per lei: le Olimpiadi in casa, da potenziale favorita in tre discipline, le 35 primavere che, per ovvie ragioni, pesano. La sentenza, per tutti, è che Brignone ha chiuso con l’agonismo. Persino sua mamma, Maria Rosa Quario, detta Ninna, ex atleta, lo dice. E non lo dice il giorno dopo l’infortunio, lo dice il 20 di novembre, quando la figlia è in piena riabilitazione e punta a mettere di nuovo gli sci ai piedi: “Le è esploso un ginocchio, ha rischiato di perdere la gamba. Basta, spero smetta di gareggiare”.

Da quel 3 di aprile al miracolo sportivo del 12 febbraio, vale a dire dell’oro olimpico in super-g, che cosa è successo? Naturalmente l’operazione a La Madonnina di Milano svolta dal dottor Andrea Panzeri, presidente della commissione medica della Fisi. Durante l’intervento, al di là della “riduzione e sintesi della frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre alla riparazione legamentosa del compartimento mediale del ginocchio”, è stata evidenziata “anche la rottura del legamento crociato anteriore“. Purtuttavia, operazione riuscita alla perfezione. Da lì, un breve riposo e poi subito sotto – con tutte le precauzioni del caso – con la riabilitazione, sempre seguita dal team medico della Federazione, e la fisioterapia al JMedical di Torino (la prima è datata 17 aprile). A luglio quello che ai più sembra uno stop: artrolisi artroscopica per valutare le condizioni del ginocchio. Dal punto di vista medico, procede tutto bene ma il 30 luglio la Tigre di La Salle si mostra con le stampelle (che aveva già abbandonato): “Un momentaneo passo indietro per farne presto tanti avanti. Si torna al lavoro”.

Ma torniamo alle dichiarazioni della mamma. È fine novembre. Il 26 di quel mese la campionessa azzurra è a casa sua, a Courmayeur, dove si è sempre allenata. È mattino presto e ha gli sci ai piedi. La Fisi diffonde il video delle sue curve in campo libero. Si vede che le fa con grande circospezione. Un mese dopo, il 27 di dicembre, è sempre la Federazione, attraverso il filmato realizzato da un allenatore in pista, a mostrare Brignone tra i pali di gigante. La sciata è sempre quella, pulita, linee morbide, grandi inclinazioni. Però un conto è l’allenamento, peraltro su neve morbida; un altro è la gara vera, quella di Coppa del mondo, con la pista barrata e ghiacciata. Perché è così, appena circola il video, i giornali iniziano a fare le ipotesi sul suo rientro in una gara ufficiale in Coppa del Mondo. C’è chi dice Kronplatz (20 gennaio), chi addirittura a Tarvisio, nelle gare di velocità del 17-18 gennaio.

Lei intanto si è fatta vedere spesso. Lo ha fatto in estate, assalita dai giornalisti che le chiedono se prenderà parte alle Olimpiadi. Lo ha fatto al Media day della Fisi, a fine ottobre. Il mantra è sempre quello: “Lavoro giorno per giorno, il dolore non mi lascia in pace”. In pratica, vedremo. Ma Brignone – il soprannome “la Tigre” non è casuale, il felino è disegnato sul suo casco – non ha mai mollato. Ore e ore di fisioterapia, poi palestra, i carichi, gli squat, l’ipnosi. Fino al rientro in gara proprio a San Vigilio di Marebbe, dove ha lasciato intravedere, salvo un po’ di comprensibile ruggine, grandi margini di miglioramento. A Cortina ha sfilato col ruolo di portabandiera: in molti – persino chi scrive – pensavano avrebbe fatto solo quello alle Olimpiadi. E invece eccola al cancelletto sull’Olympia delle Tofane, in discesa libera, dove ha registrato uno dei migliori parziali nella “parte sciata”, quella con più curva. E allora sì che ci sono chance per il super-g, più adatto a lei. E così è andata. Una favola, Brignone. Un miracolo sportivo.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L'articolo Dall’inferno all’oro, il calvario di Brignone: l’infortunio, la riabilitazione e il trionfo alle Olimpiadi. Le tappe del miracolo sportivo proviene da Il Fatto Quotidiano.




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