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“La nostra ricchezza l’animalità”: una consapevolezza arrivata anche a teatro. Un libro lo spiega

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In principio era l’animale. Questo appare inconfutabile, almeno dal punto di vista delle rappresentazioni visive e delle pratiche performative, nelle quali la presenza non umana risulta originaria e costitutiva, addirittura la sola spesso.
Per quanto riguarda il teatro, è difficile resistere alla tentazione dell’etimologia suggestiva, anche se tutt’altro che sicura, della parola tragedia, che la riporterebbe a un primigenio “canto del capro”. E comunque di uomini-capri, centauri e molti altri animali sono piene la tragedia e la commedia greche.

Ma i rapporti tra il performer umano e l’animale erano ancora più stretti, per quanto ne sappiamo, nel rituale primitivo e nelle sue preistoriche rappresentazioni, come documentano le pitture rupestri di decine di migliaia di anni fa. E ancora la pittura vascolare greca del VI secolo a. C. mostra figure ibride, con uomini in costumi da gallo, toro o cavallo, che rimandano ai rituali precedenti la commedia e consistenti in performance con costumi e maschere animali. Dei quali restano vivide tracce nei cori di Aristofane e di altri autori comici coevi.

In realtà, non soltanto le pratiche performative ma ogni forma di rappresentazione ed espressione dell’uomo risulta in origine dall’incontro e dall’osmosi antispecista tra umano e non umano, oscillando continuamente fra i due poli della metamorfizzazione animale, e non solo, dell’umano e dell’antropomorfizzazione del non umano, non soltanto animale (come dimostrano magnificamente le Metamorfosi ovidiane e decine di altre opere antiche). Ciò premesso, va aggiunto subito che il progressivo affermarsi, fin dalla Grecia classica, di un antropocentrismo basato sul primato del logos ha scavato un solco sempre più profondo fra l’animale umano e quelli non umani, fino a relegare i secondi in un’inferiorità e alterità assolute, dalle quali solo l’umanizzazione simbolica e allegorica (si pensi alle fiabe) potevano riscattarle.

Anche il teatro, del resto definito da qualcuno “la più antropocentrica delle arti”, ha seguito questa parabola, che si avvia già nel Rinascimento e culmina fra Illuminismo e XX secolo, col definitivo imporsi di una concezione testocentrica, in cui le identità animali divengono assenti o poco significative.

“Semmai – scrive Laura Budriesi in un bel saggio recente – gli animali non umani sono sempre stati protagonisti coatti di altri generi spettacolari, dall’età moderna in avanti, come gli spettacoli da fiera, i music-hall, il circo, varie performance e installazioni, corse e combattimenti. Parallelamente al processo di espulsione dall’edificio teatrale, iniziato alle soglie del moderno e tuttora in corso, la tradizione della drammaturgia occidentale sembra aver represso l’animalità”, contribuendola a deviarla e distorcerla attraverso allegorie antropocentriche.

Sto facendo riferimento a un importante volume uscito di recente e curato, appunto, da Laura Budriesi (Animali in scena. Drammaturgie del contemporaneo, Editoria&Spettacolo, 2025), che vi premette un denso saggio introduttivo. Scopo del libro è rendere conto di come la drammaturgia, la pratica scenica e la teoria del teatro stiano partecipando all’animal turn che è in atto da alcuni decenni nel pensiero contemporaneo, coinvolgendo una pluralità di discipline e prospettive filosofico-scientifiche: “Il pensiero ecologico e l’antispecismo, le filosofie femministe neomaterialiste, il postumanesimo, la zooantropologia stanno portando il pensiero verso una nuova fase, più sofisticata, che supera l’invenzione della frontiera assoluta tra animali e uomini […] per transitare verso la prospettiva antigerarchica e post-antropocentrica di un universo naturalculturale multispecie”.

Questa prospettiva, che vede protagoniste, in campo teatrologico, studiose come Una Chauduri e Laura Cull, può essere messa all’insegna del “divenire animale” teorizzato a suo tempo da Deleuze e Guattari in un saggio su Kafka. Del resto, lo scrittore praghese va considerato senza dubbio uno dei pionieri e dei più straordinari interpreti letterari di questo radicale cambiamento di prospettiva, che in Italia annovera ad esempio un poeta-teatrante come Giuliano Scabia, autore, fra l’altro, di Teatro con bosco e animali e di Lettere al lupo.

Il volume raccoglie testi teatrali (per lo più inscenati dagli stessi autori) di Pietro Babina, Marta Cuscunà, Catherine Zambon, Paola Berselli e Stefano Pasquini, Sista Bramini, Manuela Infante e Michael De Cock. Si tratta di testi nei quali “il personaggio dilata i confini antropocentrici fino a comprendere altro, si fa forte di una scrittura scenica che mostra come le dicotomie siano superate: sia che ci si affidi alle creature animatroniche di Marta Cuscunà, alla narrazione (distopica) di Catherine Zambon, alla presenza sonora in grado di abbattere le distinzioni tra uomo e animale di Manuela Infante o al paesaggio e alle sue sincronicità di Sista Bramini”.

Per riscoprire, con Scabia, che “siamo animali ed è la nostra ricchezza l’animalità”.

L'articolo “La nostra ricchezza l’animalità”: una consapevolezza arrivata anche a teatro. Un libro lo spiega proviene da Il Fatto Quotidiano.




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