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Pronto un protocollo tra Cultura e Salute per prescrivere l’arte come cura: non resti foglia di fico

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Ho già segnalato come l’agenda mediale della cultura in Italia sia spesso distratta da gossip e red carpet, trascurando notizie che sono invece significative: può sembrare incredibile, ma nessun quotidiano a stampa ha rilanciato l’annuncio che la gestazione dell’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute per prescrivere l’arte come cura sta per giungere al termine. Il 5 febbraio la Conferenza Stato-Regioni ha sostanzialmente approvato lo schema di “Protocollo d’intesa”, che sta per essere sottoposto alla firma dei titolari dei due dicasteri, Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia) e Orazio Squillaci (ministro tecnico, medico già Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata).

In altri Paesi, da decenni le istituzioni hanno recepito quel che la letteratura scientifica (anche a livello Oms – World Health Organization) ha dimostrato, pure in ambito medico, ovvero il potere benefico, curativo, terapeutico, delle arti, dello spettacolo, della cultura. In Italia, le istituzioni stanno finalmente maturando una (tardiva) coscienza delle potenzialità di cura e di prevenzione della cultura, vantaggiose sia in termini psico-sociali (cura, terapia, prevenzione) sia in termini economici (riduzione delle future patologie e delle varie forme di disagio, e quindi dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale).

L’iniziativa istituzionale si sta per concretizzare grazie all’impegno profuso dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che ha sostenuto che “finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime iniziative intraprese finora sul territorio nazionale… con l’istituzione di un Tavolo Tecnico, censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su più ampia scala, saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico”. Nel giugno del 2025, la senatrice Borgonzoni ha organizzato al Collegio Romano un convegno sul tema – intitolato “La prescrizione dell’arte che cura” – coinvolgendo alcuni esponenti delle istituzioni e della società civile, università e operatori sanitari e organizzatori culturali.

Ovviamente siamo ancora nella fase – per così dire – teorica ed è previsto appunto un “Tavolo Tecnico” che ha come obiettivo la elaborazione di dati univoci “sull’efficacia della fruizione della bellezza” e per la “prescrizione sociale (culturale) anche in Italia, a cominciare dal coinvolgimento di persone affette da patologie come quelle neurodegenerative o che soffrono di stati depressivi”. Un “censimento” di queste iniziative, in verità, già esiste, e da oltre un decennio, sviluppato dall’IsICult a livello pioneristico fin dal 2013, sostenuto da allora in modo stabile dallo stesso Ministero della Cultura (dapprima come “progetto speciale” della Direzione Spettacolo dal Vivo e successivamente come progetto “promozione” della Direzione Cinema e Audiovisivo).

L’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – centro di ricerca indipendente sulle politiche culturali e le dinamiche sociali che presiedo – ha infatti ormai censito quasi 4.000 iniziative, sparse su tutto il territorio nazionale, attraverso il progetto di ricerca e di monitoraggio “Cultura vs Disagio” (da cui l’acronimo “Cvd”), che ha come sottotitolo “Censimento delle Buone Pratiche Contro il Disagio”. Disagio inteso nelle sue varie dimensioni: fisica, psichica, sociale. Il progetto offre già online, dal 2020, una mappatura interattiva, che consente di cercare – su tutto il territorio – iniziative in ambito culturale e artistico che combattono (leniscono) in qualche modo forme di disagio, malattia, malessere, vulnerabilità e fragilità... Nel corso degli anni è stata sviluppata una specifica tassonomia “by” IsICult, che consente ricerche incrociate tra discipline artistiche e tipologie del disagio e localizzazione territoriale.

Ovviamente il censimento costituisce la base per una successiva valutazione, che dovrà utilizzare criteri epidemiologici e di economia sanitaria, ma anche di analisi sociologica ed economia territoriale. Alle iniziative d’avanguardia dell’IsICult si è affiancato, dal 2020, il Cultural Welfare Centre – Ccw (presieduto da Catterina Seia), network di operatori che ha stimolato varie occasioni di confronto soprattutto in ambito medico.

Nelle premesse del Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura ed il Ministero della Salute, si legge che “la fruizione della cultura può essere fonte di benessere per soggetti affetti da varie patologie, a titolo esemplificativo e non esaustivo, nelle seguenti forme: a) museoterapia; b) arteterapia; c) musicoterapia nei luoghi di cura, accompagnando i pazienti nei percorsi sanitari, offrendo loro conforto e supporto alle cure, attraverso le opere d’arte o mediante la partecipazione ad attività culturali”. Il Protocollo è finalizzato a sostenere attività che rendano fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale come strumenti terapeutici, supportino persone con disabilità o in marginalità sociale (e le loro famiglie) attraverso esperienze culturali significative; generino effetti di benessere, inclusione, relazione sociale, non solo spettacolo fine a sé stesso. Si è in attesa dei decreti ministeriali di attuazione.

Ritengo che il “perimetro” di indagine e l’intervento pubblico debbano essere estesi sia nella dimensione della “cura” di patologie, sia nella dimensione della “prevenzione” di malesseri…

Va anche ricordato che la Finanziaria del 2026 (al comma 822 dell’articolo 1) ha previsto l’istituzione di un “Fondo Cultura Terapeutica e Cura Sociale”, promosso dai senatori di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, Francesco Zaffini, Ignazio Zullo, Gaetano Mancini, Lavinia Mennuni, “per sostenere gli enti locali, gli enti del Terzo Settore, le associazioni, le fondazioni e le organizzazioni della società civile, che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro famiglie”. I promotori avevano proposto una dotazione di 8 milioni di euro l’anno, ma durante l’iter è stata ridotta ad 1 milione soltanto. Diviso 20 Regioni si tradurrebbe in una media di 50mila euro per Regione: un budget assolutamente simbolico ovvero ridicolo. Non resta che augurarsi che si non si cerchi di far nozze coi fichi secchi: un fondo di questo tipo ha necessità di una dotazione annua di almeno 30 se non 50 milioni di euro l’anno, per produrre qualcosa di concreto e non divenire una foglia di fico.

Se si vuole veramente considerare la cultura infrastruttura di salute pubblica e di benessere psico-sociale, occorre trattarla come tale, con metodiche accurate, risorse adeguate e criteri di valutazione rigorosi.

L'articolo Pronto un protocollo tra Cultura e Salute per prescrivere l’arte come cura: non resti foglia di fico proviene da Il Fatto Quotidiano.




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