Fuga dal Monaldi tra insulti e disdette: il “ghiaccio secco” (e non solo) gela la fiducia degli italiani nei trapianti e nell’ospedale
Non c’è solo il dolore straziante per una vita spezzata a soli due anni. Dietro la tragedia del piccolo Domenico Caliendo, morto dopo un trapianto di cuore che definire “fallito” sarebbe un eufemismo tecnico, si sta spalancando un baratro sociale e civile. Il Monaldi di Napoli, eccellenza storica della cardiochirurgia meridionale, è oggi un fortino assediato. Un presidio sanitario trasformato in bersaglio di una rabbia che, dalle tastiere dei social, minaccia di trasferirsi nelle corsie.
Stando al Corriere della Sera, il clima è invivibile. Le pagine social del nosocomio sono state sommerse da insulti: «Bas***di, spero vi facciano del male», si legge sul web. E ancora: «Li dobbiamo andare a prendere uno per uno», intima qualcun altro online…
Fuga dal Monaldi, dopo la morte del piccolo Domenico monta l’onda d’odio e il crollo del sistema
Il clima descritto dalle cronache è quello di una vera e propria “fuga”. Non si tratta solo di indignazione, ma di una psicosi che sta portando a una pioggia di disdette (oltre che di disdette). Il dato inquietante è che il rifiuto non riguarda solo la cardiochirurgia: la sfiducia è diventata metastasi, arrivando a colpire persino altri reparti, con pazienti che annullano interventi vari perché «di quella struttura non ci si può più fidare».
Al punto tale che, sulle pagine dell’ospedale è stato necessario disattivare i commenti. Perché il commento intimidatorio: «Bastardi, vi veniamo a prendere uno per uno», è solo uno dei diversi post che registrano il tono medio degli insulti che hanno costretto la direzione ad allertare i vigilantes per proteggere i medici da possibili aggressioni. E chi si occupa della comunicazione social. Il segnale di una reazione scomposta, feroce ma comprensibile, di un popolo che si sente tradito da chi dovrebbe garantire il diritto supremo: quello alla vita.
Una catena di errori inammissabile
Intanto, mentre la magistratura scava nelle chat tra i medici di Bolzano e quelli di Napoli, emerge una ricostruzione dei fatti che lascia a dir poco interdetti. Non parliamo di un’imponderabile complicazione clinica. Ma di una catena di scelte e decisioni che appare surreale, per cui l’uso di un contenitore obsoleto per il trasporto dell’organo rappresenta solo il preludio di una tragedia consumatasi in due mesi di agonia e angoscia, attese, speranze e dolore. E per cui colpo di grazia sarebbe arrivato con la decisione di utilizzare ghiaccio secco per coprire il cuore.
Un errore da chimica elementare: l’anidride carbonica solida ha letteralmente “bruciato” i tessuti, rendendo l’organo inutilizzabile ancora prima di arrivare in sala operatoria. Un’approssimazione che stride con l’immagine di una sanità che è data all’avanguardia.
Monaldi nella bufera, il danno collaterale: la crisi delle donazioni
Ma il veleno di questa vicenda sta andando ben oltre le mura del Monaldi. Come evidenziato dal settimanale Basta la Salute di Rai News 24, il clamore mediatico sta provocando un pericoloso calo delle dichiarazioni di volontà alla donazione degli organi. Una notizia, da verificare, ma che al momento mette in luce un divario tra il prima e il dopo caso Monaldi e del piccolo Domenico: l’Italia, che con 15 milioni di donatori era un modello europeo secondo solo alla Spagna, rischierebbe infatti di vedere crollare un sistema basato sulla generosità e sulla fede cieca nel Servizio Sanitario.
La sfiducia dopo il fallito trapianto di Napoli
Perché quando la burocrazia e l’errore umano più banale entrano in una procedura così sacra come il dono di un organo, e ne compromettono gli esiti, a morire non è solo il paziente. Muore la solidarietà nazionale. E ora, il rischio è che ottomila pazienti in lista d’attesa paghino il conto di un secchiello di ghiaccio sbagliato.
Pertanto, la realtà di queste ore, di questi giorni, ci dice che la fiducia dei cittadini, degli utenti, dei pazienti, si guadagna con la competenza e la responsabilità. Senza queste, restano solo le macerie di un ospedale blindato. E il silenzio di un Paese che, per paura, inizia a dire di “no” alla vita degli altri.
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