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Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco continua ad essere profetico

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Il 25 febbraio 2022 papa Francesco lasciò il Vaticano per recarsi all’ambasciata russa. Intendeva aprire – confessò – una “finestra di dialogo” con Putin, forse nella speranza che si ripetesse quanto Giovanni XXIII aveva reso possibile nella crisi di Cuba del 1962: portare Usa e Urss ad un accordo in extremis.
Il miracolo non si realizzò.

Terminato il quarto anno di guerra, a Mosca circola una battuta feroce: “In tre anni Stalin arrivò a Berlino, mentre Putin è a Pokrovsk”. La Russia ha fallito gli obiettivi della cosiddetta “Operazione speciale”: Zelensky non è stato rovesciato, Kyiv non è stata conquistata, l’Ucraina non è stata sottomessa e non lo sarà mai. In questi anni la popolazione ha mostrato una resilienza straordinaria, i militari hanno dimostrato un’efficienza, un coraggio e una determinazione eccezionali ed è nata un’industria militare all’avanguardia nella nuova guerra dei droni e in altri settori.
Tutto questo rende peraltro improbabili gli annunci allarmistici su ulteriori invasioni russe. Nessuna delle parti in campo è tuttavia stata capace di vincere quella che il politologo statunitense Ian Bremmer ha lucidamente definito una “guerra ibrida tra Nato e Russia”.

Resterà nella storia il pesante interrogativo se non era meglio che Washington e Londra appoggiassero i negoziati tenuti a febbraio-marzo 2022 tra russi e ucraini, che stavano portando ad una soluzione. (No all’ingresso di Kyiv nella Nato, nessun ostacolo per l’adesione all’Unione europea, riduzione dell’esercito ucraino, situazione della Crimea congelata per 15 anni). Restavano aperti i capitoli dedicati alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e i meccanismi di difesa in caso di aggressione. Ci voleva un supplemento di pazienza e tenacia. Invece da Londra arrivò a Kyiv il premier Boris Johnson che esortò a lasciar perdere e combattere per mettere la Russia in ginocchio.

Lo stesso anno un progetto di pace, elaborato dall’Accademia pontificia delle scienze sociali, fu accolto gelidamente dai governi europei e dalla Nato come un inutile disturbo. Eppure quelle proposte erano in parte migliori di quelle sul tavolo oggi. Fermo restando lo stop all’ingresso nella Nato e il sì all’adesione all’Ue, l’Ucraina rimaneva in possesso del Donbass (cui dare un’autonomia finanziaria, amministrativa e culturale tipo Alto Adige).

Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: due milioni tra morti, feriti, dispersi.

Se Francesco aveva collocato la Santa Sede in una posizione di equidistanza, accompagnata da un forte impegno per aiuti umanitari all’Ucraina, papa Leone si è silenziosamente posizionato su una linea più vicina a Kyiv. In Vaticano contano sempre le sfumature. Domenica scorsa all’Angelus Leone ha evocato la guerra “contro l’Ucraina” e ha invitato a pregare “per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra” (laddove Bergoglio citava sempre il dolore delle “mamme ucraine e delle mamme russe”. Un’altra volta il pontefice ha tenuto a sottolineare che la “Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Soprattutto sul tema del cessate il fuoco Leone XIV si è collocato vicino a Kyiv e al gruppo dei volonterosi guidati da Macron e da Starmer. “Si giunga senza indugio a un cessate il fuoco – ha esclamato domenica – e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.

A dire il vero in nessuna delle guerre svoltesi negli ultimi ottant’anni si è mai avuto un cessate il fuoco di trenta o addirittura sessanta giorni prima dell’inizio delle trattative. Al contrario, spesso si è negoziato segretamente nel perdurare delle ostilità. Ma i governi europei si sono impuntati su questa richiesta, anche per frenare Trump intenzionato ad affrettare un accordo di pace.
Trump in campagna elettorale sosteneva di poter risolvere il conflitto in 48 ore. Una sbruffonata. Diceva anche che se fosse stato presidente nel 2022, la guerra non sarebbe mai scoppiata. E ha ragione. Negli ambienti della diplomazia vaticana – dove nulla si dimentica – si ha ben chiaro il rifiuto di Washington nell’autunno 2021 di garantire nero su bianco a Putin che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato. Trump lo avrebbe fatto.

D’altronde non esiste il diritto astratto di una nazione ad aderire a blocchi militari. Esistono sempre sulla scena internazionale interessi da soppesare. Per molto meno gli Stati Uniti hanno preteso dal governo italiano (premier Meloni) di sciogliere l’accordo commerciale “Via della seta”, stretto con la Cina.

Su un punto Francesco continua ad essere profetico: nel definire “pazzia!” la cieca corsa agli armamenti. Non si tratta di far “vedere i denti”, disse già nel 2022, la vera risposta “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari…ma un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato… un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”. Concetto più valido che mai nell’era della de-strutturazione trumpiana delle relazioni internazionali.

Dal Vaticano si vede spesso lontano. Anche per Leone XIV è necessario “fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Deve affermarsi, ha scandito recentemente, un’ “etica condivisa… capace di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”.
Si riaffaccia qui un’intuizione bergogliana. Impegnarsi per un nuovo Accordo di Helsinki globale per garantire convivenza e cooperazione tra gli stati nel XXI secolo.

L'articolo Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco continua ad essere profetico proviene da Il Fatto Quotidiano.




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