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La profezia apocalittica del secondo uomo più ricco d’Italia: “Le aziende che adottano strumenti AI stanno addestrando i loro sostituti”

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“Le aziende adottano strumenti di intelligenza artificiale per rimanere competitive. Così facendo, alimentano lo stesso sistema che sta imparando a renderle superflue. La decisione di ogni azienda è razionale se presa isolatamente. Il risultato collettivo è catastrofico (…). E quando le aziende se ne rendono conto, hanno già formato il loro sostituto”. Parola di Andrea Pignataro, secondo uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato da Forbes in 42,8 miliardi di dollari, fondatore e numero uno del gruppo ION, impero del software finanziario con sede legale in Irlanda e clienti tra banche, borse e grandi istituzioni. Una settimana fa ha pubblicato sul blog aziendale un lungo intervento intitolato “L’apocalisse sbagliata“, in risposta a quello in cui Dario Amodei, fondatore di Anthropic, aveva descritto il futuro dell’AI spiegando che entro il 2027 compariranno nel mondo l’equivalente di 50 milioni di persone, ognuna più intelligente di un premio Nobel e in grado di operare da 10 a 100 volte più velocemente degli esseri umani, senza dormire e senza supervisione. Con i rischi che ne deriveranno.

Il gruppo di Pignataro, a cui fa capo Cerved, è attivo nel cuore del software enterprise, il segmento che tra fine gennaio e metà febbraio 2026 ha visto evaporare oltre 2.000 miliardi di dollari di capitalizzazione dopo il lancio di nuovi strumenti di AI generativa capaci di automatizzare lavoro cognitivo strutturato. Da questo punto di osservazione arriva l’avvertimento (interessato). Gli investitori, scrive il manager, danno per assodato che se un agente AI può redigere documenti legali, gestire workflow e produrre analisi allora può sostituire il software che oggi le aziende pagano in abbonamento. Ma è un errore, perché il software è uno strumento “per coordinare l’attività cognitiva oltre i confini organizzativi in ​​condizioni di fiducia incompleta: definizioni condivise, autorizzazioni, audit trail, percorsi di escalation, controlli di conformità”. Se l’AI può sostituire le attività puramente cognitive, non riuscirà a rimpiazzare in tempi brevi lo strato istituzionale, quello incorporato nei processi organizzativi e normativi.

Ma, al di là della difesa implicita del modello di business di ION, Pignataro individua un rischio più ampio e, a suo dire, sottovalutato. Quando un’azienda utilizza strumenti di AI per restare competitiva, contribuisce – attraverso l’uso aggregato – ad addestrare la piattaforma che apprende la “grammatica” del settore: struttura dei documenti, sequenze decisionali, linguaggio tecnico, modelli operativi. Il risultato, sostiene, è una “tragedia dei beni comuni”: ogni impresa agisce razionalmente adottando l’AI, ma collettivamente alimenta un sistema che potrebbe ridurre il valore economico dell’intero settore. “Ogni cliente è simultaneamente fonte di ricavi e segnale di addestramento”, scrive. E quando le aziende se ne accorgeranno, potrebbero aver già “addestrato il proprio sostituto”. L’allarme non riguarda solo il software. I servizi professionali – consulenza, legale, advisory – sono funzionali ad altre industrie: immobiliare, viaggi d’affari, venture capital, finanza urbana. Se l’erosione del lavoro cognitivo avviene alla velocità del software, mentre la riconversione industriale procede alla velocità dell’economia reale, le perdite saranno “irreversibili“.

“Il mercato è in preda al panico per la cosa sbagliata“, conclude Pignataro. Il tema “non è se l’IA possa sostituire i singoli strumenti software. È ciò che accade quando le istituzioni che invitano l’IA nei loro giochi linguistici scoprono di averle insegnato a giocare senza di loro. A questa domanda risponderanno nel prossimo decennio le scelte cumulative di milioni di aziende che prenderanno la decisione, individualmente razionale e collettivamente catastrofica, di addestrare il proprio sostituto”.

Nel suo intervento di 9 pagine Pignataro delinea le quattro fasi dello scenario che “dovrebbe realmente preoccuparci”: nella prima le piattaforme “diventano abbastanza fluide nel linguaggio di settore da gestire direttamente per i clienti finali le attività routinarie. I servizi professionali (consulenza, legale, accounting, advisory) perdono ricavi nelle componenti standardizzate. Alcune società si spostano verso l’alta gamma; molte non reggono. Inizia la prima ondata di chiusure“. Fase 2: “Le piattaforme entrano in ambiti che richiedevano forte contestualizzazione: strategia, contenziosi complessi, modellistica finanziaria su misura, change management. Non eliminano del tutto il giudizio umano, ma riducono drasticamente il numero di professionisti necessari per incarico. Gli effetti di secondo ordine colpiscono immobiliare commerciale, viaggi d’affari e settori collegati”. Fase 3: “Il calo dei ricavi nei servizi professionali si riflette su venture capital e growth equity con forti svalutazioni. Paradosso: l’AI è stata abbastanza potente da distruggere il software esistente, ma il capex degli hyperscaler risulta sovradimensionato perché si contrae il volume complessivo di attività economica che richiede infrastruttura AI”. Infine, “la perdita di occupazione qualificata colpisce comunità, basi fiscali e istituzioni delle città ad alta concentrazione di servizi professionali (Londra, New York, Singapore, Zurigo, Sydney). Calano valori immobiliari, entrate tributarie e consumi; crollano le iscrizioni a business school, giurisprudenza e accounting, con una crisi a catena nell’istruzione superiore. Si disgregano identità e traiettorie della classe media della knowledge economy”.

L'articolo La profezia apocalittica del secondo uomo più ricco d’Italia: “Le aziende che adottano strumenti AI stanno addestrando i loro sostituti” proviene da Il Fatto Quotidiano.




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