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Февраль
2026

Andrea Montemurro (Amni): “Sanremo è diventato uno show. Il problema è l’accesso”

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di Alessia de Antoniis

Siamo in pieno Festival di Sanremo e l’Italia discute di cantanti in gara, abiti e classifiche provvisorie. Intanto, il Sanremo decisivo resta fuori campo: quello dell’industria musicale e del sistema che stabilisce chi arriva sul palco dell’Ariston e chi resta invisibile.

Andrea Montemurro – presidente dell’ANMI, l’Associazione Nazionale Musicisti Italiani – guarda al Festival con uno sguardo diverso da quello del commentatore televisivo. Per lui Sanremo è una macchina culturale e industriale: il punto in cui televisione, discografia, piattaforme digitali e mercato si incastrano e producono conseguenze.

Il tema, sostiene, non è “pro” o “contro” Sanremo. Il tema è il filtro: chi decide cosa è “sanremabile”, quali artisti arrivano al pubblico e quali restano fuori dalla circolazione.

Sanremo è parte della cultura italiana. Quando arriva la settimana del Festival, l’Italia si fermaesordisce MontemurroLa mia critica non è a Sanremo, ma alla sua trasformazione da fucina di artisti a grande show televisivo. Non è una critica morale, è un’osservazione industriale. Sanremo continua ad avere ascolti importanti, ma il prezzo è che la logica dello show ha preso il sopravvento sulla logica della musica.

Qual è oggi il vero biglietto d’ingresso all’Ariston?

L’etichetta: resta la porta principale. Le major costruiscono una fanbase intorno all’artista e poi lo propongono. Arrivare da sconosciuto totale è difficilissimo: non impossibile, ma quasi un miracolo. Una volta si bussava alle case discografiche con la valigia; oggi si cerca visibilità online. Se ottieni numeri importanti, le major ti intercettano e a quel punto si aprono i contesti decisivi, anche Sanremo. Senza quel percorso, il muro è quasi invalicabile.

Pochi autori e producer firmano la maggioranza dei brani in gara. È un mercato efficiente o una chiusura del sistema?

È una chiusura del sistema. Non perché manchino musicisti bravi, ma perché la discografia porta sempre le stesse firme: le etichette spingono i propri autori. E la Rai, perché Sanremo è Rai, tende a premiare un prodotto standardizzato: il Festival non può permettersi di andare male negli ascolti. Così si torna sempre agli stessi nomi.

Sanremo Giovani e Area Sanremo non bastano come canali alternativi?

Sono concorsi, non infrastrutture industriali. E bisogna essere onesti: quanti ragazzi non legati alle major arrivano davvero sul palco principale? Pochissimi. Ai tempi di Pippo Baudo era diverso: ascoltava i brani, investiva sui giovani e da lì sono usciti artisti importanti anche senza grandi etichette. Oggi è molto più difficile, e non è solo colpa di Sanremo: le piccole case discografiche sono quasi scomparse.

Quindi il problema non è solo Sanremo?

No. Sanremo è uno specchio: il problema è generale. I palchi per la musica emergente in Italia stanno diventando sempre più rari, ed è una perdita culturale seria.
Nei locali una volta si iniziava suonando davanti a trenta persone; nel mondo anglosassone succede ancora, nei pub c’è sempre qualcuno che porta la propria musica. In Italia quei posti spariscono: i gestori preferiscono karaoke o cover band perché riempiono. Il ragazzo con la chitarra che suona pezzi suoi è diventato un’eccezione.

La separazione tra Big e Giovani è giusta, ingiusta, efficace, inefficace?

Può anche essere corretta, se ai giovani dai davvero un palco importante. Il problema è che Sanremo è diventato un grande show: il giovane fa abbassare lo share e si finisce per dare spazio a chi ha già un pubblico.

Una volta c’era una giornata dedicata a Sanremo Giovani: si perdeva in ascolti, ma il servizio pubblico includeva tanti ragazzi bravi. E in tanti sono arrivati su quel palco.

Sanremo Giovani oggi che ruolo dovrebbe avere?

Dovrebbe tornare a scoprire talenti veri, anche senza case discografiche, management o sostegni esterni. Se Sanremo è il festival della canzone italiana, dovrebbero essere scelti i brani: un ragazzo con la chitarra si presenta e può arrivare sul palco perché la canzone è forte. In teoria. Nella pratica, oggi, accade sempre meno.

Sul live: c’è un gap enorme tra chi vende biglietti in mezz’ora e chi ha una marea di invenduto. Dov’è il problema?

Bisogna dividere il live in due fasce: quello del grande artista funziona, e dopo il Covid funziona ancora di più. Il problema è l’altra fascia, quella dei ragazzi che suonano per farsi conoscere: i locali che accettano musica live sono sempre meno.

Una volta c’erano posti dove l’artista bravo si esibiva e cresceva. Oggi i costi per i gestori sono aumentati e preferiscono cover band o karaoke perché riempiono. Il ragazzo con la chitarra che suona pezzi suoi è diventato raro. In Gran Bretagna è normale: in ogni pub c’è qualcuno che suona la propria musica. Qui mancano proprio i locali per farlo.

I prodotti discografici oggi durano venti giorni. Una volta duravano mesi, anni. È cambiata solo la fruizione o c’è qualcosa di più profondo?

È cambiata la metodologia di accesso alla musica. Vent’anni fa compravi un prodotto fisico e diventava quasi un feticcio; oggi vai su Spotify o YouTube, ascolti gratis e il valore che attribuisci a quel brano si abbassa. Prima aspettavi la radio, la programmazione, l’uscita: oggi clicchi e via.

È cambiato anche il rapporto con l’artista: comprando un CD “compravi” una parte di lui; oggi ascolti gratuitamente e dai meno peso al prodotto. E dall’altra parte, prima per uscire sul mercato serviva un investimento importante: oggi carichi su YouTube e sei online anche senza una band che suona davvero. È tutto fatto al computer.

L’algoritmo è il nuovo talent scout o è solo un ostacolo?

L’algoritmo ‘a pagamento’ è diventato il nuovo talent scout. I social funzionano anche in base a quanto investi nella promozione: la visibilità non è meritocratica, in parte la compri o la costruisci. La meritocrazia pura dov’è? Davvero pensiamo che Facebook e i social siano così meritocratici? Io credo di no. Ti danno la possibilità di esprimerti, sì, ma se nessuno ti guarda resta tutto teorico. Ho zero follower e carico il brano più bello del mondo: diventa virale? Non so se succede davvero.

Da presidente dell’ANMI, qual è la battaglia più concreta che sta portando avanti?

Far capire che esiste un mondo musicale che fa parte della nostra cultura e che tanti artisti indipendenti stanno cercando la loro strada. Lo dico anche per esperienza personale: so cosa significa non trovare nessuno che ascolti quello che fai, nemmeno per criticarlo. Non avere accesso è la cosa peggiore.

Poi le battaglie sono molte: pensioni degli orchestrali, defiscalizzazione, tutela dell’attività musicale. Ma la principale è difendere un patrimonio culturale che rischia di dissiparsi. I talent hanno accentuato questo meccanismo: un rifiuto diventa quasi un rifiuto a una carriera, quando la storia dimostra il contrario. Baglioni fu rifiutato al primo festival. Vasco Rossi arrivò ultimo.

E l’AI nella musica: democratizzazione o nuovo collo di bottiglia?

Con Spotify e le piattaforme tutti si aspettavano una democratizzazione dell’accesso al mercato musicale. Non è andata così. L’intelligenza artificiale mi spaventa molto e credo che metterà in discussione l’arte, non solo la musica: lo vediamo già nel giornalismo.
È chiaro che il mondo cambierà, in meglio o in peggio. Ogni cambiamento è pericoloso, ma la robotica lo sarà ancora di più.

L'articolo Andrea Montemurro (Amni): “Sanremo è diventato uno show. Il problema è l’accesso” proviene da Globalist.it.




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