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Nessuna trasparenza su Fondo Cinema e ‘copia privata’: zero condivisione, zero innovazione

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Nei giorni scorsi due avvenimenti importanti per la politica culturale nazionale non sono stati oggetto di adeguata attenzione da parte dei media “mainstream”, distratti dalla solita kermesse di Sanremo in versione più conformista e banale del solito, con un’audience in calo, condotta da un Carlo Conti “impiegatizio” (copyright Aldo Grasso). Quasi nessuna attenzione verso il decreto “copia privata” (ilfattoquotidiano.it gli ha dedicato un approfondimento, ndr) ed il “piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo, entrambi alla firma del ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Entrambe le notizie sono state intercettate in anteprima dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult, che è sì un centro di ricerca indipendente (specializzato sulle politiche culturali, le economie mediali, le dinamiche sociali), ma anche un laboratorio giornalistico (nel cui ambito curo anche questo blog). Entrambi i documenti (pubblicati sul sito web di IsICult) sono emblematici, anzitutto perché la loro gestazione non ha beneficiato di quella necessaria trasparenza e condivisione piena con tutti gli “stakeholder” potenzialmente interessati, e poi perché sono sintomatici di un “policy making” conservatore e inerziale, privo di visione sistemica, organica, strategica.

Il decreto “copia privata” rinnova un’imposizione al consumatore di qualche euro su ogni pc e telefonino e da quest’anno anche rispetto al “cloud”, un balzello che alimenta un fondo di circa 150 milioni l’anno gestito dalla Società Italiana Autori Editori (Siae) che li assegna – con criteri che non brillano per trasparenza – ad autori, esecutori, editori… Una norma che risale ai tempi (dei cd e dvd) in cui gli utenti usavano “registrare”, allorquando ormai è lo “streaming” la forma principale di fruizione di musica e video. Preistoria. E lo Stato non interviene invece per tutelare realmente gli autori, rispetto allo sfruttamento massivo messo in atto dalle piattaforme digitali come Google, YouTube, Spotify, TikTok, che si arricchiscono enormemente speculando sulla creatività.

Il “piano di riparto” dei 606 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo non è stato mai oggetto di preventiva analisi, né tecnica né politica, con le associazioni rappresentative del settore, ma sembra essere stato redatto piuttosto “sotto dettatura” delle lobby dei produttori (i cinematografici dell’Anica ed i televisivi dell’Apa), allorquando ritengo che un documento così importante e delicato dovrebbe essere sottoposto – prima dell’approvazione definitiva da parte del Ministro – alla valutazione di tutto il settore cinematografico e audiovisivo, in una logica di “open data” e trasparenza amministrativa e confronto pubblico, con un coinvolgimento dialettico di tutta la comunità artistica e professionale. E magari coinvolgendo anche le commissioni parlamentari competenti.

Il riparto del Fondo Cinema e Audiovisivo è stato illustrato per grandi linee in un incontro a porte chiuse promosso dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni al Collegio Romano il 19 febbraio, con le principali associazioni del settore (ma non tutte) ed approvato il 24 febbraio dal Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo (Csca) presieduto dall’avvocata Francesca Assumma. Sabato 20 le associazioni 100autori, Acmf, Aidac, Air3, Anac e Wgi (rappresentative di gran parte degli sceneggiatori, registi, adattatori, compositori delle musiche per film) hanno comunque espresso “fermo dissenso” rispetto alle indicazioni annunciate sul riparto del Fondo.

Ritengo condivisibili le critiche avanzate dalle associazioni degli autori. Quest’anno le varie linee di intervento del Fondo vengono tutte ridotte, alcune in modo radicale: i “contributi selettivi” vengono tagliati del 54%, a tutto vantaggio del credito d’imposta «per l’attrazione in Italia di investimenti cinematografici e audiovisivi», che sale da 42 a 100 milioni di euro. Il Fondo viene tagliato del 13%, ma il controverso “tax credit” cresce del 7 % (dai 412 milioni del 2025 ai 441 del 2026), finendo per assorbire il 73% del totale (era il 59% nel 2025). Si comprime la leva qualitativa e si amplia la leva fiscale: si passa da un modello selettivo di indirizzo culturale ad un modello automatico di incentivo fiscale neutro rispetto alla qualità.

E centinaia di festival – strumenti preziosi per la promozione della cultura audiovisiva – continuano a beneficiare solo di una manciata di milioni.

L’avvocato Michele Lo Foco, membro del Csca, ha espresso voto contrario rispetto al prospettato piano di riparto, in particolare riguardo alla disattesa esigenza di porre un freno al “tax credit”.

Venerdì 27 febbraio, il movimento dei lavoratori delle troupes #Siamoaititolidicoda è stato lapidario: “Siamo costernati per la bozza di riparto… Si tratta di “uno scempio: l’Italia diventerà un ‘service’ degli stranieri”. È mai stata svolta una seria valutazione di impatto (e di analisi controfattuale), per comprendere se la legge Franceschini del 2016 ha stimolato realmente una crescita strutturale del sistema, un’estensione del pluralismo espressivo, il rafforzamento delle imprese indipendenti ed il sostegno agli autori emergenti, e quell’“audience development” che dovrebbe caratterizzare la democrazia culturale?!
Tutto questo sostegno pubblico al settore continua ad arricchire i big player, a vantaggio delle multinazionali audiovisive straniere, privilegiando la fiction tv rispetto al cinema…

La recente vendita da parte di Andrea Occhipinti delle quote di maggioranza della sua qualificata Lucky Red alla francese Canal+ Vivendi di Vincent Bollorè (dopo i precedenti di Palomar acquisita da Mediawan, Groenlandia da Banijay, Lux Vide da Fremantle, eccetera) rappresenta la preoccupante conferma che il tanto invocato “sovranismo culturale” sembra restare un pio auspicio teorico-retorico, contraddetto da una politica culturale frammentaria ed erratica.

Zero capacità di autoanalisi. Zero volontà di innovazione.

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